È morto Gabriel García Márquez. Ancora.

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L’esercito del lamento funebre si è schierato compatto anche questa volta. Lontano miglia da noi (magari siete voi stessi e non lo sapete) qualcuno ha letto una notizia vecchia di anni e senza starci troppo a pensare ha avventato il proprio famelico puntatore sul bottone share dando il via ad una girandola impazzita. Cose di tutti i giorni per chi bazzica i social. Questa volta è toccato a Gabriel García Márquez beccarsi il suo momento revival per finire nel giro di un click nuovamente nella tomba.




La verità è che il Gabo, per essere, è morto nel 2014, ma evidentemente il mezzo mondo cosparso di petali e farfalle gialle deve essere sfuggito a molti. Oppure evidentemente il nostro ha uno stuolo talmente folto (colto?) di aficionados ai quali non è bastato che morisse una volta: hanno preteso ed ottenuto che tornasse in vita per farlo morire un’altra volta. Così, tanto per sgranchire le dita su qualche epitaffio ad effetto (che magari qualcun altro riprenderà tra qualche anno per informarci che il Gabo è morto per la terza volta). Me li immagino, stretti nel dolore, con quella contrazione di cuore che ti fa scappare una lacrimuccia di commozione, tutti concentrati col capo basso sulla tastiera a spremersi fuori parole struggenti per ricordare quante notti si è stati sul divano a spaccarsi la testa con la genealogia dei Buendía senza venirne a capo mai.

È sempre la stessa storia, in tempi di comunicazione iperveloce non abbiamo il tempo di metabolizzare a dovere le notizie. Siamo talmente presi dallo scroll ossessivo delle nostre bacheche social, talmente distratti. Leggiamo – anzi, meglio, smozzichiamo – notizie alla velocità della luce da perdere la cognizione di tutto. Anche dei necrologi. Succede così che si possa morire più e più volte, anche a distanza di anni (è successo anche Jacques Le Goff, uno dei massimi storici dell’età medievale). Tu scrittore, musicista, attore sei lì, bello che trapassato, a goderti i frutti della tua dipartita, le incensature del Santo, gli amarcord e le retrospettive, i tuoi saggi e romanzi migliori vengono ristampati e presi letteralmente d’assalto, i tuoi film riproposti in prima serata, i tuoi CD rimasterizzati e smerciati in cofanetti deluxe ed a qualcuno viene in mente che no, allora non eri morto davvero. È oggi che sei morto, proprio oggi. Succede anche che, senza preoccuparsi di andare a verificare, eserciti di cliccatori compulsivi rimbalzino la notizia come un super santos fuori controllo. Succede ogni due o tre mesi a Fidel Castro, per dire. Da non si sa dove arriva una debole onda di risacca che ci porta la eco della sua ennesima morte. Poi, non si capisce come, questa bava d’acqua che arriva morta sulla spiaggia ha un guizzo, frigge tutta, monta, si ingrossa, si fa impetuosa e si traduce in un cavallone di proporzioni ciclopiche. E lì, sulla cresta dell’onda manco fosse un surfista, Fidel ci fa ciao con la mano e ci assicura invece di essere vivo e vegeto nella sua tuta a righe.

E a proposito del Gabo, ve la ricordate quella foto che lo ritrae sorridente mostrare in primo piano un nodoso e accartocciato dito medio? Ecco.


I LIBRI DI GABRIEL GARCÍA MÁRQUEZ

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