’Til Death

INIZIO
Era l’anno 1969, giorno 20 luglio, quando Neil Armstrong piantò una grande targa sulla Luna che diceva: “Qui uomini dal pianeta Terra posero piede per la prima volta, luglio 1969 d.C. Siamo venuti in pace a nome di tutta l’Umanità”.

L’ASSALTO
Tutto era stato distrutto: palazzi, chiese, scuole, tutto. Tutto. Era accaduto, l’assalto, durante la notte. «Lo sapevo, lo sapevo! Maledizione!». John Frederson non si dava pace. Egli era un lontanissimo parente di Neil Armstrong (talmente lontano che il cognome non era neanche più lo stesso), e come il suo antenato era un astronauta della NASA. «L’ho sempre detto che quel disgraziato era un deficiente! Dico: ma come cacchio gli è venuto in mente? Porco di un diavolo!» Aveva ragione. Quella targa, messa tanto tempo prima dal suo antenato, era stato un errore. «Papà, papà, ma perché lo ha fatto? Così gli abitanti della Luna si vendicheranno!», così diceva John da piccolo, tra le braccia del padre che gli raccontava di quella lontanissima storia avvenuta molto tempo prima. E aveva ragione. Era il 21 luglio 3169, mezzanotte e qualche secondo, quando un insieme di navicelle guidate da creature spaventose avevano attaccato l’intera città.

IN MISSIONE CONTRO GLI ALIENI
«Ave o Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù. Santa Maria, madre di Dio, prega per noi peccatori: adesso e nell’ora della nostra morte. Amen. Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà…» andava avanti così da quasi un’ora. John aveva paura. Alle ore 6.00 del giorno successivo all’attacco, John era corso in ufficio, come la maggior parte dei suoi colleghi - quelli che erano sopravvissuti – per cercare di trovare un modo per liberare la città dagli attacchi alieni. Dopo quattordici ore ininterrotte di riunione, si giunse alla conclusione che John e altri suoi colleghi sarebbero dovuti andare in missione per cercare di sconfiggere gli alieni. E John aveva paura. E allora eccolo, nella sua navicella, a pregare il Padreterno e la madre di Gesù che lo aiutassero a sopravvivere.

IL SECONDO MESE
I capelli erano quasi tutti caduti; le labbra erano spaccate; gli occhi erano aperti quel tanto che gli bastava per poter vedere ciò che aveva intorno. Duecentodue navicelle su mille erano state perdute. Questa era la situazione in cui si trovava John dopo due mesi dalla partenza.

LETTERE
«Amore mio, ho già perso molte navicelle. La situazione è tragica. Ho fame, sete e mi sento morire. Sto troppo male senza di te». Di questo tipo erano le lettere che John scriveva per la moglie Jane, pur sapendo che non le avrebbe mai ricevute.

SCONFORTO
«Non ce la faremo mai! MAI! Non ce la faccio più... BASTA!!! Ahhh!!! Muoio!!! Siamo troppo pochi, basta!!! Non ce la faccio più!!!». Così urlava John mentre dormiva, nel sognare la morte prenderlo in braccio e portarselo via.

IL DISCORSO
Erano le 23 in punto, quando John iniziò il suo discorso: «Amici, colleghi, uomini di gloria, guardate intorno a voi e ditemi: dove siamo? Cosa siamo? Ve lo dico io. Noi siamo cani, astronauti finti combattenti veterani, che per qualche motivo non preciso si trovano qua, nel nulla. Dove siamo esattamente, dove? Non lo sappiamo. Beh, lasciate che io vi dica che so dove saremo: nella Storia! Ebbene sì, amici, guardate intorno a voi. Cosa vedete? Niente, vero? Ma provate ad andare un po’ più in là con la fantasia... Ed eccoci qua, finalmente al di fuori di queste maledette navicelle errabonde, in mezzo ad una folla che ci accoglie, dopo aver compiuto l’impresa impossibile. Immaginate il dolce profumo della nostra città, il dolce suono della voce delle nostre donne, il calore delle nostre case, i baci dei vostri figli prima che vadano a dormire. Immaginate. E poi... Smettete di immaginare, perché prima o poi, ne sono sicuro, tutto ciò diventerà realtà. Perché adesso, guerrieri o no, torneremo a combattere, che ci piaccia o no, per l’orgoglio e il bene della nostra patria. Ormai siamo sempre meno numerosi ma non importa, noi torneremo in guerra, con una voglia di vincere ancora più grande; cominciate a tremare, alieni, perché voi non siete che dei nani, e a noi servono giganti! Coraggio, tutti insieme, fino alla morte!!!».

I CAPELLI D’ORO
Tutto era finito. Gli uomini avevano sconfitto gli alieni. Tutto era ritornato alla normalità. John era appoggiato a un monopode, data la modifica della forma dei trentatrè segmenti ossei chiamati vertebre e componenti la spina dorsale. Ora era al cimitero ad osservare l’ex moglie Jane. Di lei, ormai, l’unico ricordo ancora vivo erano i capelli d’oro sparsi per l’aria avvolti in mille nodi, ma soprattutto quella luce negli occhi che, dal 27 maggio 3172, fu solo un lontano ricordo.

Nota dell’autore: In questo brano sono presenti frasi provenienti da “Cyrano de Bergerac” di Edmond Rostand e “Canzone di notte n. 4” di Francesco Guccini, dalle quali è stato preso spunto e che hanno però subito leggere modifiche.



Giulio Hieu Cecchini - Istituto Comprensivo “Parco della Vittoria”, Roma

Menzione speciale al Premio A.A. Fantascienza Cercasi 2019 riservato agli studenti delle scuole medie di tutta Italia.



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