2001: Odissea nello spazio, storia di un film

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“Quanto apprezzeremmo La Gioconda oggi se Leonardo avesse scritto in fondo alla tela: Questa signora sorride così perché ha i denti marci o perché sta nascondendo un segreto del suo amante? Sarebbe come spegnere l’apprezzamento dello spettatore. Non voglio che questo accada con 2001: Odissea nello spazio”. Così Stanley Kubrick. Su “Playboy”. Che non è (ma soprattutto non è stata) una rivista fatta solo di un paginone centrale, per quanto quello sia ciò che l’ha resa più celebre. Sono le parole che il cineasta usò quando gli fu chiesto di dare la propria interpretazione del film, in cui più di qualcuno ha visto molto di Nietzsche (in verità c’è molto più Übermensch in Sense8, ma i tempi sono decisamente diversi e imparagonabili...).




Come dite? Quale film? 2001: Odissea nello spazio, che, nonostante il flop agli Oscar di quell’anno, dominati da Oliver! e Il leone d’inverno, è uno dei più grandi classici della storia del cinema. Girato tra Inghilterra, Scozia, Arizona e Utah e basato su un racconto intitolato La sentinella, firmato da Sir Arthur C. Clarke, inventore e scrittore di fantascienza, autore prolifico e sempre molto attento alla verosimiglianza scientifica (in suo onore è stata battezzata come fascia di Clarke l’orbita geostazionaria della Terra) che ha poi dedicato alla storia del film un romanzo vero e proprio.

2001: Odissea nello spazio è una tra le pellicole universalmente ritenute come più importanti nell’ambito della settima arte, al di là del genere di appartenenza. Ed è significativo anche il fatto che sia stata realizzata in un anno che per antonomasia simboleggia istanze rivoluzionarie, come il 1968. L’opera è senza dubbio infatti innovativa – addirittura preconizzatrice, in merito a certe rivelazioni della scienza e della tecnologia – sotto ogni punto di vista e caratterizzata alla perfezione come figlia del suo tempo. Ed è ancora oggi, a mezzo secolo di distanza, decisamente attuale, capace di assurgere a pieno titolo a punto di riferimento e di condizionare l’immaginario collettivo popolare (David Bowie, per dirne una, ha pensato a Kubrick per la sua celebre canzone Space oddity), che si è nutrito e si nutre, dai Simpsons in giù, di citazioni di dialoghi, sequenze e di interi brani della sua evocativa e inconfondibile colonna sonora, che comprende finanche Johann Strauss.

A tal proposito può essere forse interessante sottolineare qualche curiosità: tanto per cominciare ‒ e non è dettaglio trascurabile, visto che in alcuni cinema qualche tempo fa in occasione delle proiezioni di un film di genere i gestori delle sale si sono sentiti in dovere di sottolineare il fatto che vi fosse per scelta registica e non per problemi tecnici una sequenza di silenzio assoluto (a dimostrazione che a livello di alfabetizzazione cinematografica quantomeno in Italia non stiamo proprio messi benissimo) ‒ il film di Kubrick si apre con circa 3 minuti (su 149, 160 nella versione del regista, che era noto per tenere comunque in ogni caso molto materiale in esubero, tanto che talavolta ha anche prestato metri e metri di pellicola di riprese a dei colleghi perché potessero utilizzarli per i propri film) di buio completo. Inoltre, se gli ominidi sono interpretati da mimi e ballerine (ma i cuccioli sono scimmie vere) e se non è vero che il nome dell’intelligenza artificiale, HAL 9000 è ispirato all’IBM (basta spostare avanti di una casella dell’alfabeto ogni singola lettera dell’acronimo per ottenere la sigla della multinazionale), quanto piuttosto dall’unione delle iniziali di “Heuristic e Algorithmic”, va detto invece che a quanto pare la sceneggiatura originale prevedeva che l’obiettivo della missione fosse Saturno. Che però presentava un problema non da poco. Gli anelli. Difficili da ricreare per bene. Soprattutto se sei un perfezionista incontentabile come la vulgata descrive che fosse Kubrick. E così si è ripiegato su Giove...



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