Intervista a Francesca Mazzucato

Francesca Mazzucato
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Parla cinque lingue. Vive tra Bologna, la Liguria e la Francia, Alterna l'attività di scrittrice a quella di traduttrice, critica letteraria e giornalista free-lance. Definita dal settimanale L' Espresso e dal quotidiano Il Sole24ore "la più famosa scrittrice erotic-chic italiana", si occupa da anni del corpo, delle sue mutazioni e rappresentazioni, di scrittura delle donne e web. Scrive di tecnologie, spot, cinema, fotografia, letteratura contemporanea italiana e francese, costume. Ed è amica di Mangialibri, che non guasta.

Recentemente hai promosso iniziative per la pubblicazione di scrittori emergenti (pubblichi sul tuo blog "Books and other sorrows" racconti che giudichi meritevoli, dirigi la collana Declinato al femminile di edizioni Creativa, hai partecipato a Concepts Gusto di ARPANet): se si escludono le scuole di scrittura creativa non e' frequente questo interesse per gli emergenti da parte di uno scrittore affermato... o no?

Non so dire se sia frequente. Forse no, si ha tanta paura, una paura che condiziona, produce ansia, la mente non riesce a governarla, la paura impedisce di riconoscere l'altro, il talento, la bellezza, si teme sempre che qualcuno possa arrivare a "strappare via" qualcosa. Invecchiando ho superato certe paure ed è subentrata la curiosità. Sono convinta che l'editoria stia cambiando, e che il rapporto con la scrittura e la lettura sia in rapida e continua evoluzione. Arrivano un giorno sì e uno no fibrillazioni alternate dalla Rete ( un nuovo blog che diventa libro, un talento scovato fra i partecipanti a un concorso di una rivista on line, e-magazine che diventano cartacei e storiche riviste che emigrano sul web): nascono nuove case editrici e quelle "storiche" si adeguano, o almeno cercano di farlo, per assorbire una richiesta che è diversa, stratificata, bizzarra, colorata, lampeggiante. Si nota come "luccicano " le copertine? Come sono "variopinte"? Come si impongono di "parlare" al lettore? Una realtà che deve catturare, sedurre. Non si può negare che il libro sia anche una "merce", Quando lo affermo in pubblico le persone si stupiscono e a volte si scandalizzano. Non toglie niente questa definizione, tutto è merce e ci sono i grandi supermercati ma anche i negozi di commercio equo e solidale, le botteghe, gli antiquari, le boutique. Uno sceglie dove andare, che direzioni prendere. Ci sono tendenze così diverse, così singolari o così ridicole, così "usa e getta" e così profonde che occorre guardare, comprendere e osservare. Ecco, mi sono detta, come ci devo stare in questo contemporaneo che offre scritture mutanti da osservare? Che può offrire talenti e sorprese ? Per quello che posso, ( lo spazio su Books, la collana che dirigo delle edizioni Creativa, la "vicinanza" a certe realtà editoriali piccole ma serie e piene di buona volontà) offro attenzione, valorizzo, mi presto. Mi pare doveroso. Però non è facile. C'è anche una tendenza alla semplificazione, all'idea che scrivere e pubblicare siano cose accessibili, per tutti, quasi DOVUTE. E questo è fuorviante e soprattutto produce una serie di illusioni simili alle illusioni di notorietà dei vari grandifratelli televisivi. Niente di male eh. Io non giudico e non metto in discussione il desiderio di visibilità, di "sentirsi" artisti, ma vedo tanta solitudine, vedo che non basta, che alla fine non appaga, non è il pezzo mancante, non risolve la questione, il grande enigma della vita, soprattutto se ci si butta senza mezzi, senza conoscenza . Mi baso sul mio gusto, sulla mia idea di letteratura e sulla mia idea dell'essere scrittore. E' duro, durissimo, faticoso. La scrittura è bava che cola, ti azzanna la vita, ti monopolizza, ti condiziona la sensibilità rendendola spesso esacerbata, pretende, ti piega, ti fa rotolare. Quindi la mia apertura vuole anche veicolare una consapevolezza. Spesso freno. Quando si arriva a questo punto di solito le persone si offendono. Cercano tutti qualcuno che li adotti, li diriga, li protegga. Io non ne ho il potere o i mezzi, tranne quelle piccole limitatissime cose di cui mi occupo e che desidero indirizzare in una certa maniera, ma è fuorviante avere bisogno di una "adozione/protezione". Scrivere vuol dire solitudine e avere a che fare con i propri demoni. Vuol dire dannazione, fare i conti da soli, sentire sulla pelle la fatica. Poi, e solo poi, in un secondo momento, c'è una possibile condivisione-lettura-confronto. Ma senza quella solitudine, come diceva la Duras, che è prima dello scritto stesso, dentro e dopo, non esiste niente di quello che secondo me vuol dire "libro".

 

Due libri recenti si intitolano Confessioni di una coppia scambista e Confessioni di un alcolista: perché questa similitudine tra titoli? I contenuti sembrano molto diversi: il progetto è una serie di libri che entrino nel vivo di alcune problematiche?

Coordino per l'editore Giraldi un progetto multimediale che si intitola "Le confessioni" E' composto da libri, ma anche da mostre d'arte itineranti, eventi musicali, reading. Anche questo progetto nasce da un'attenta osservazione dei gusti contemporanei, e il "memoir", la narrazione delle esperienze che partono da qualcosa di realmente vissuto, di realmente esistente, (anche se romanzato) sono molto graditi . E anche utili per analizzare alcune tendenze, vizi, dolori, gusti, compulsioni del nostro tempo. Escludo di scrivere altri libri con lo stesso titolo, ma mi interessa continuare ad occuparmi del progetto che offre moltissimi spunti di apertura e di contaminazione.

 

Magnificat Marsigliese è stato giudicato uno dei tuoi libri più riusciti: i riferimenti culturali sono piuttosto evidenti, e quello a Brauquier riflette probabilmente il tuo amore per Marsiglia. Come hai scoperto Louis Brauquier?

A Marsiglia arrivai per la prima volta quindici anni fa, credo, forse di più. Se è vero che amiamo le città che hanno le risposte alle nostre domande - e ognuno ha dentro domande di vario tipo, esuberanti, scandalose, irriverenti, semplici, tempestose - e per questo si amano città diverse, beh, Marsiglia da subito ha avuto per me quasi tutte le risposte. Jean-Claude Izzo scrive sulla sua città: "Da qualsiasi luogo arrivi, a Marsiglia sei a casa tua. Nelle strade incontri visi familiari, odori familiari. Marsilgia è familiare. Fin dal primo sguardo... E' bella per la sua umanità... Marsiglia è la mia cultura del mondo, la mia prima educazione al mondo." E' così anche per me. E' stato così da subito. Adeso è una città di moda, ma quando ci andai la prima volta mi misero in guardia, la chiamavano "la Chicago europea". Mi ha subito abbracciato, avvolto e sedotto. Ricorre in tanti scritti, in tanti pensieri. Nei desideri. Proprio attraverso Izzo "incontrai" le poesie di questo sconosciuto poeta navigatore, Brauquier, nato e morto a Marsiglia, che nelle sue poesie è sempre in qualche modo nostalgicamente evocata. Poi ho inziato a scavare, a cercare le tracce. Ho tradotto per la prima volta una selezione delle sue poesie in formato e-book scaricabile gratuitamente e sto completando una biografia che è anche un po' un romanzo, la vita di questo poeta è stata uno straordinario romanzo.

 

La lettura di Magnificat mi ha fatto pensare alla tua attività di scrittrice: la protagonista del primo racconto scrive ma solo quando ne sente il bisogno impellente, il morso. E tu? Quanto scrivi?

Scrivo molto, sempre. Per tanto tempo è stata un'urgenza, un imperativo. Il morso arrivava sempre, arriva ancora, ma è il metodo che ha assunto direzioni diverse. A volte penso che scrivere comunque, scrivere e poi cancellare, scrivere e poi lasciar stare sia comunque una buona palestra, a volte credo che ci voglia pazienza, e che occorra lasciar emergere la narrazione, lasciarla arrivare, lasciare che salga dalle viscere, che si componga come un mosaico incollando memorie, odori, sfioramenti mai dimenticati, riflessi, immagini rimaste nitide, cicatrici ancora aperte e ferite sparse ovunque, brandelli, chiaroscuri solo apparentemente tralasciati. Ferite che si riaprono con un niente. E' un periodo così questo. Sto lavorando lenta. Adagio, con pause. Ho una narrazione che richiede un'attenzione paziente e sono intenzionata a dagliela tutta.

 

Il tuo blog "Books and other sorrows" ha recentemente presentato un ritratto dell'oncologo Gianni Bonadonna: come ti è venuta l'idea di intervistarlo? Puoi parlarci di questa esperienza?

In passato avevo già intervistato dei medici per siti internet e per giornali, dei chirurghi, un dietologo, Luc Montagner. Ma questo incontro è stato diverso, altro. Parlare di cancro è un tabù. E' una cosa che sconcerta. La parola è avvolta da foschi preconcetti (non si dice forse, ancora, "un male incurabile"? o un "brutto male" come se ce ne fosse qualcuno che si possa definire bello?). Il mio compagno è un oncologo medico, uno di quelli "di frontiera" e mi racconta ogni giorno le storie, la fatica, la bellezza e il dolore. L'ho amato da subito per questa sua capacità di "assorbire" il dolore, per la sua empatia, la vicinanza ai pazienti. Mi ha sempre detto che "l'oncologia è un fatto culturale che coinvolge tante cose". Il nome del grande oncologo Gianni Bonadonna, pioniere e padre dell'oncologia medica italiana, l'ho sentito fare da lui per la prima volta anni fa. Mi ha raccontato tanto. E mi sono incuriosita per due ragioni, perché è un nome tanto noto nella comunità scientifica, noto e rispettato, quanto sconosciuto alla gente, e perché è un medico che nel 1995 è stato colpito da un ictus, e ha vissuto con forza incredibile e tenacia la riabilitazione. Ho avuto il privilegio di incontrarlo ed è stata una delle emozioni più potenti mai vissute. Ingombrante e terribile. Un nutrimento. Mi ha parlato dei suoi inizi a New York, del suo maestro, delle conferenze che tiene in giro sul tema dell'umanizzazione dell'arte medica: ascoltandolo sentivo che in quel discorrere c'era la storia della medicina, certo, ma anche della cultura, della nostra stessa civiltà, l'orgoglio del nostro paese, la pervicacia di un uomo che, agli inizi, veniva chiamato da tutti" l'americano che vuole curare il cancro con le medicine". Quante vite sono state salvate dal suo lavoro. Non solo dal suo naturalmente, infatti il mio progetto è continuare un viaggio nell'oncologia attraverso interviste ad alcuni medici importanti. Analizzare il problema del linguaggio. In questo senso, Tiziano Terzani nel suo bellissimo libro "Un altro giro di giostra" mi ha profondamente influenzato, quando sottolinea la terminologia "guerresca" che c'è attorno al cancro: si lotta, lo si combatte, si deve sconfiggere, è una battaglia. Nel suo libro si interroga su questo e propone la sua personale esperienza straordinaria, da cui imparare molto. Tornando al mio incontro con Gianni Bonadonna, se devo pensare alle cose che hanno dato senso e valore al mio lavoro in circa dodici anni, questo incontro è ai primissimi posti. Non lo dimenticherò mai.

 

Quali sono i tuoi prossimi progetti letterari?

Quel grumo di cui parlavo prima. Quella cosa che richede pazienza, attenzione, e che in questa fase non può essere ancora detta. E' per ora solo un nucleo difficile, che mi sfida ogni mattina quando mi siedo alla scrivania. E naturalmente completare la biografia di Brauquier. Poi altre cose di cui parlerò prossimamente.

 

La trasgressione è da sempre un elemento evidente della tua scrittura. Sei stata a volte definita scrittrice erotica, anche se la definizione non mi sembra calzante. Che cosa è la trasgressione per te? Quale posto occupa nella vita che descrivi?

Io ho sempre gradito le definizioni. Significa che il tuo lavoro viene letto, che hai un mercato che ti definisce. Scrittrice erotica, scrttrice delle nuove tecnologie, erotic-chic, e chi più ne ha più ne metta. Certo la più bella la diede un vecchietto a un reading di miei racconti, in una casa di riposo: "Caspita ma questa è brava però parla solo di treni, mare e puttane"! L'ho amata. Se la parola trasgressione la ripuliamo dalla polvere che in questi anni l'ha coperta e resa una parola-luogo comune, una parola senza sangue, posso dire che: la trasgressione è parlare di cancro senza dire brutto male, è non fare minuetti quando attorno si dirigono orchestre sinfoniche di inchini, la trasgressione è non disossare le parole, cercare quelle desuete e irrorarle di sangue nuovo, parlare di libri considerati vecchi e marciti per gli scaffali di librerie e ipermercati, la trasgressione è lasciar trafiggere il proprio corpo dalle esperienze, mettere la vita privata e gli affetti prima di ogni cosa, saper essere pazienti quando tutto, intorno ha fretta, saper guardare davvero, ascoltare gli altri senza pensare "ma quando smette di parlare questo che tocca a me?", la trasgressione è nello schierarsi sempre e comunque con i diseredati, i frequentatori di angiporti, i selvatici, i non adatti.

 

Il mare sembra importante nelle tue storie, e tu vivi parte del tuo tempo proprio al mare. Ha un ruolo nella tua ispirazione?

Tornando a Jean-Claude Izzo, e quindi a Marsiglia, in uno dei suoi libri affermò:" Di fronte al mare la felicità è un'idea semplice". E' vero. Io abito metà a Bologna e metà in Liguria e in Liguria proprio sul mare. E questo essere "sul mare", sentirne lo sciabordio e il rumore, annusarne il profumo, vederlo, ha un ruolo nella mia serenità e nel mio equilibrio. Nell'ispirazione, direi di conseguenza. 

 

I libri di Francesca Mazzucato
 

 

 
 
 
 
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