Intervista a Licia Troisi

Licia Troisi
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Ovvero come una ragazza di 21 anni laureata in Fisica che si occupa di Astronomia che ha la passione dei giochi di ruolo ti scrive per divertimento un romanzo fantasy (il primo libro del ciclo delle Cronache del Mondo Emerso), spedisce il manoscritto alla Mondadori e non solo viene pubblicata, ma schizza in testa a tutte le classifiche di vendita e ci resta, libro dopo libro. Abbiamo incontrato Licia - che ormai non è più una timida debuttante ma una delle protagoniste indiscusse del panorama letterario italiano - in un assolato pomeriggio romano, e ci siamo fatti assieme un sacco di risate. Alla faccia di chi snobba draghi e guerrieri.

Ci sono tantissime letterature di genere: l'horror, il giallo, la fantascienza, il fantasy... come mai la tua scelta è caduta proprio su quest'ultimo genere? E perché secondo te questo genere rimane in Europa uno dei più consolidati?
Quando mi pongono una domanda come questa sono solita “riciclare” una risposta che da sempre un altro autore fantasy, Andrea D'Angelo. Una volta facemmo una presentazione insieme, ci fecero questa domanda e lui diede secondo me una risposta perfetta, ovvero «Non sei tanto tu come autore che scegli il genere quanto il genere che sceglie te». Questo vuol dire in realtà che quando scrivi il tuo primo libro la scelta del genere è una cosa completamente inconscia, ti viene naturale di raccontare una storia in quel genere e poi, a posteriori, riesci a capire perché hai raccontato quella storia.  Quindi direi che mi è venuto quasi naturale, sebbene il genere non è che lo conoscessi in maniera così approfondita perché, a parte i fumetti di mio marito, avevo letto solo i capisaldi del genere, ovvero Tolkien, qualcosa della Zimmer Bradley e avevo iniziato da poco la Rowling, però sicuramente il fantasy mi affascinava sin da bambina: l'idea dei draghi, dei duelli all'arma bianca... A posteriori poi ci sono tutta una serie di elementi che mi appartengono molto, ad esempio il fatto che si possa recuperare l'elemento della natura: io sono nata e sempre vissuta a Roma per buona parte della mia vita in una triste periferia in cui gli alberelli erano veramente miseri e quindi mi è sempre mancato tantissimo il contatto con la natura. Quindi mi piaceva rappresentare un mondo il cui il rapporto fra l'uomo e la natura fosse differente da quello che viviamo nella realtà. Poi c'è questa ossessione per i draghi che avevo sin da piccolina, poi a dodici anni mi ero fissata coi dinosauri che sono un po' il corrispettivo reale dei draghi. Quindi questo essere che rappresenta una natura potente, che è quasi impossibile capire completamente, mi ha sempre affascinato tanto per il fatto che era in grado di volare (io per anni ho avuto tanta paura di volare), poi c'è l'amore per i duelli all'arma bianca, che probabilmente ho mutuato dai manga: per me due personaggi che combattono in questa maniera sono un'ottima metafora di due diversi visioni della vita che in qualche modo si scontrano, collidono ed escono modificate da questo confronto, anche perché in questo tipo di duello sei costretto a guardare in volto il tuo nemico... insomma tutta questa serie di elementi alla fine mi ha fatto scegliere il fantasy. Sul perché il fantasy invece stia andando per la maggiore... francamente non lo so neppure io il perché. In genere la risposta che mi sono data, riflettendoci in questi cinque anni di carriera, è che probabilmente il fantasy presenta un po' il mondo come dovrebbe essere, ma non nel senso che è migliore del nostro - non è infatti che nel Mondo Emerso se la passino tanto meglio di noi in Italia - tuttavia i personaggi della letteratura fantasy sono quasi sempre mossi principalmente da ideali abbastanza alti, compresi i cattivi: ad esempio il Sauron de Il “Signore degli Anelli” compie il male per il male e nel mondo reale è impossibile sostanzialmente trovare una persona in grado di fare lo stesso. Quindi nel fantasy trovi personaggi che lottano per trovare se stessi, per la libertà del loro popolo... invece noi viviamo all'interno di una società che tende a banalizzare gli ideali, per cui c'è un cinismo diffuso per cui se tu credi in qualcosa di più alto gli altri ti dicono che non hai capito come funziona il mondo. Però la gente continua ad aver bisogno di ideali, a maggior ragione quando è giovane, e questo bisogno non può essere soppresso: secondo me la gente cerca di ritrovarlo proprio all'interno del fantasy. 
 

Tolkien quando è scomparso ha lasciato in eredità delle storie che riguardavano personaggi e situazioni che aveva marginalmente trattato nei suoi volumi più famosi. Il tuo scrivere risponde a questo tipo di quadro d'insieme nel quale già conosci tutte quante le vicende?
Io non ho la libreria piena di storie riguardanti i vari “detour” di tutti i personaggi secondari, tuttavia ho bisogno di conoscerlo più del lettore e di saperlo prima di cominciare a scrivere. La cosa che mi spaventa di più del mio lavoro è quella di non arrivare alla fine di quello che ho iniziato. Quando ho cominciato a scrivere le Cronache ero terrorizzata dall'eventualità di non riuscire ad arrivare sino in fondo , quindi cercavo di risolvere tutti i possibili problemi riguardanti la trama prima di cominciare a scrivere, in modo tale da non dovermi trovare nella situazione di sedermi al computer e di non essere più in grado di andare avanti. Per questo motivo sono solita fare uno schema di tutta quanta la trama.  All'inizio era abbastanza scarno: c'erano due o tre schedine sui personaggi, una mappa orrenda, tracciata giusto per avere un'idea complessiva, invece adesso faccio degli schemi molto più approfonditi e scrivo capitolo per capitolo quello che devo dire, sentendomi però assolutamente libera di cambiare idea... però ho bisogno di quella cartina. Poi si sono delle cose che ho scritto ma non sono state pubblicate, ad esempio finite le Cronache mi misi a scrivere una storia riguardante il Tiranno con l'intento di scrivere qualcosa di molto breve, di massimo 50 pagine, invece alla fine ne sono venute fuori più di 300 che non sono mai state pubblicate, se non una porzione inedita su un numero de La Repubblica di due anni fa, che adesso si può trovare anche sul mio sito.
 
Come si fa a mantenere sempre l'originalità e impressionare il lettore scrivendo romanzi fantasy, dato che per certi versi ormai è un genere in cui sono state sperimentate tantissime cose?
Io parto dal presupposto che l'originalità non è una cosa strettamente necessaria e l'aggettivo “ originale” per me non sempre porta con se una accezione positiva. Io sono convinta che se uno va a togliere tutti quanti gli elementi scenografici da una storia, alla fine la maggior parte di quello che leggiamo è abbastanza simile al resto: praticamente ci raccontiamo sempre le stesse quattro tipologie di storie. L'originalità quindi per me deve risiedere nel punto di vista, ovvero nel riuscire a dare una visione di quella determinata storia, magari anche molto trita, che però dia qualcosa di nuovo al lettore e gli permetta di farla propria e di immedesimarsi nei personaggi. Del resto l'obbiettivo primario di tutti gli scrittori, a maggio ragione degli scrittori di genere, dovrebbe essere quello di far divertire il pubblico. Se riesco a divertire me stessa e di conseguenza il lettore il problema dell'originalità passa in secondo piano.
 

Cosa significa per te il fatto che i tuoi romanzi diventino un altro medium, un fumetto?
I fumetti sono stati una parte importantissima della mia vita di scrittrice, probabilmente grazie a mio marito che mi ha fatto conoscere i manga, in particolare Berserk, che poi mi ha spinto a scegliere di scrivere il genere fantasy. I fumetti quindi sono stati sempre una parte importante della mia vita e perciò ho sempre pensato che il fumetto potesse essere il mezzo migliore per una trasposizione dei miei libri in un formato diverso da quello di un romanzo tradizionale. Peraltro essendo molto 'figurativa' durante la scrittura e andando molto per immagini, perciò quando mi hanno detto che c'era un progetto concreto per realizzare un fumetto tratto dai miei libri mi sono molto esaltata. E la cosa bella è stata aver visto la mia stessa esaltazione nelle persone che hanno lavorato a questo progetto: è fantastico quando le cose funzionano così perché vuol dire che è un ottimo punto di partenza per fare un buon lavoro. Devo dire poi che il progetto finito è addirittura superiore a quanto mi era apparso durante la lavorazione. La cosa che mi è piaciuta molto di questo adattamento è che rispecchia totalmente il mio Mondo Emerso: viene rispettato quello che è lo spirito di questo mondo che mi sono inventata e le caratteristiche dei personaggi, però contemporaneamente ha anche qualcosa di diverso. E io penso che ogni adattamento debba sempre fornire qualcosa in più al lettore, altrimenti uno si legge direttamente il libro. L'idea poi che la mia ispirazione sia passata allo sceneggiatore, ai disegnatori e a tutte le persone che hanno lavorato al progetto è una cosa che mi esalta molto, perché vuol dire che in qualche modo questo mio scritto è passato ed è stato rielaborato dalle persone che l'hanno letto e che hanno fatto un imput per la loro creatività.
 

All'interno della miniserie a fumetti Cronache del Mondo Emerso ci sono dei tuoi interventi, giusto?
Sì, nel primo numero ce ne sono addirittura due: l'introduzione, dove parlo un po' di come mi sono avvicinata a questo progetto, e poi c'è un approfondimento dedicato a un sentimento, quello della paura, che è centrale nella vita dei Nihal ma in fondo anche nella mia, quindi alla fine ho fatto una riflessione generale sulla paura: devo dire che è stato quasi terapeutico. Naturalmente questi miei interventi continueranno anche sui prossimi numeri della serie: essendo un progetto in cui siamo in tanti è giusto che ci sia una mia impronta in questo senso.
 

Tutte le storie e gli avvenimenti della miniserie fanno parte della “continuity” del Mondo Emerso, ovvero sono delle storie veramente accadute e non apocrife, vero?
Sì, le storie vanno ad inserirsi nelle pieghe della trama generale dei miei libri: ci sono degli elementi nei miei libri che io non avevo particolarmente approfondito e che lo sceneggiatore della serie, Roberto Ricchioni, ha ripreso ritenendoli adatti per l'occasione.
 

Secondo te in quali altri media potrebbero vivere le tue Cronache? Ad esempio mi viene in mente quello cinematografico...
In realtà c'è il progetto per un film tratto dalle Cronache. Tuttavia sono reduce dalla Fiera del libro di Torino dove mi hanno detto che c'è un progetto per fare anche un film tratto da La ragazza drago che è un'altra delle mie saghe. Quindi alla fine di progetti ce ne sono due. Il progetto c’è, la Colorado Film ha comprato i diritti cinematografici un paio d’anni fa, il film è nell’aria l’idea è di fare una co-produzione internazionale,  so che il progetto è stato presentato a Cannes... vedremo, sarebbe una cosa bellissima. Sono anche consapevole di tutti i limiti che un progetto del genere ha, anche perché le case di produzioni sono italiane e  in Italia, ahimè, almeno al momento attuale non c'è una adeguata cultura di cinema di genere e c'è anche un diffuso scetticismo da parte del pubblico. In più c'è anche il problema che questo tipo di trasposizione costerebbe un sacco di soldi, quindi è un'impresa abbastanza rischiosa, anche se devo dire che la gente che ci sta lavorando sopra è appassionata e questo è sicuramente un ottimo punto di partenza. Però le variabili sono così tante che chissà... comunque sicuramente mi piacerebbe molto vedere le mie opere su grande schermo. Altrimenti ci sarebbe l'alternativa del cartone animato che secondo me potrebbe funzionare... poi magari partiamo con l'opera lirica e il musical! Ma stavo dimenticando il videogioco, la cui demo è contenuta nel libro illustrato uscito in autunno. Il progetto sta andando avanti ma non ho moltissime notizie a riguardo dato che non riesco a seguire tutte queste cose contemporaneamente...

Per la prima volta con La ragazza drago un tuo romanzo non è ambientato in un lontano universo immaginario ma nel nostro mondo, e precisamente ad Albano, una cittadina nei pressi di Roma. Perché questa novità e perché proprio Albano?

Avevo voglia di parlare direttamente di luoghi e fatti della mia vita senza metterli sotto metafora, e ambientare un racconto nella nostra realtà era un modo per farlo. La scelta è poi caduta sui Castelli Romani perché sono un posto che amo molto, che frequentavo parecchio da bambina e in cui adesso lavoro.

 

Ne La ragazza drago è evidente una forte tematica ecologista: vuoi parlarcene?

L'elemento naturale è sempre stato molto importante nei miei libri, probabilmente perché essendo nata e sempre vissuta a Roma mi manca molto il contatto con la natura. Per questo la tematica ambientalista è sempre più o meno stata presente; per una volta ho voluto metterla al centro del racconto, proprio per rendere universale questo mio desiderio di un "ritorno alla natura".

 

Nell'ambito del Festival Letterature 2009 di Roma hai letto un tuo racconto inedito accompagnata da una performance musicale. I rapporti tra il fantasy e il rock - soprattutto progressive - sono da decenni molto stretti. Che effetto ti fa ascoltare una musica ispirata alle cose che hai scritto?

Non mi era mai capitato prima, anche se era successo che qualche lettore mi aveva segnalato pezzi di vari gruppi che in qualche modo associava a cose mie. Ovviamente invece ascoltare musica ispirata ai miei libri è estremamente interessante, una cosa che mi intriga molto.

Come ci si sente a essere considerata la regina del Fantasy italiano e il punto di riferimento di un pubblico così vasto e costituito per la maggior parte di giovani e giovanissimi?

Resta una sensazione strana. Cerco di vivere il mio successo e tutto quanto vi è connesso con un certo distacco; oggi il pubblico è contento dei miei libri, domani chissà. Certo l'affetto della gente mi fa molto piacere, e soprattutto sono contenta quando qualcuno riesce a trovare una parte della propria esperienza esistenziale in quel che scrivo.

 

Licia troisi scriverà mai un libro che non ha nulla a che vedere col fantasy?

Perché no? Se un giorno mi verrà in mente una storia non fantasy che sento particolarmente, che avrò davvero voglia e bisogno di raccontare, lo farò. L'importante è la passione per ciò che si scrive.

 

Il fantasy, a parte qualche isolato caso, è un genere ad appannaggio maschile: è stato difficile vincere la diffidenza imperante?

Non particolarmente. I pregiudizi da abbattere sono stati altri: innanzitutto sono stata contestata per la mia giovane età (il primo libro l'ho pubblicato a 23 anni), poi per la mia assoluta mancanza di gavetta, e poi perchè pubblicavo con la Mondadori. Sono argomenti che i miei detrattori ancora tirano in ballo.

 

Cosa pensi dei giochi di ruolo, ci ha mai giocato? Se sì, ci sono personaggi di giochi finiti tra le pagine dei tuoi romanzi? Hai mai scritto avventure da far giocare ad altri giocatori?

I giochi di ruolo sono il mio grande rimpianto. In vita mia ho giocato tre volte in tutto, e ogni volta mi sono divertita moltissimo. Avendo giocato così poco non ho avuto modo di sviluppare per bene un personaggio cui affezionarmi e da usare poi nei libri. Non ho neppure mai fatto il master o scritto storie per i giocatori di ruolo, no.

 

La cultura manga ti influenza in qualche modo?

Moltissimo. Credo di trarne principalmente due cose: la grande importanza data all'elemento psicologico nello sviluppo delle trame e il concetto di duello come metafora di due visioni della vita che collidono e si scontrano.

 

Le tue eroine sono donne-guerriere forti e determinate. Che rapporto hai con la violenza?

Non mi piace, e credo sia il rifugio di chi non ha altre ragioni. Ma la violenza nei miei libri tutto sommato è una metafora: combattere fisicamente è fondamentalmente combattere metaforicamente contro le avversità della vita e contro le proprie debolezze.

 

I tuoi lettori si concentrano in una fascia d'età molto precisa, un'età in cui si è molto suggestionabili, ci pensi mai quando scrivi?

Sì, ma io non credo che ci siano cose di cui non si possa parlare ai ragazzi. Occorre curare il modo in cui si trattano determinati argomenti, ma non ci sono grandi limiti alle tematiche da trattare.

 

Molti di loro hanno cominciato ad avvicinarsi alla lettura proprio grazie ai tuoi libri: che effetto ti fa?

Trovo sia una cosa fantastica. Iniziare a leggere vuol dire scoprire un nuovo modo, arricchirsi e crescere, per questo sono onorata di essere per loro il primo contatto con la lettura.

Curi anche un blog seguitissimo: come vivi questa cosa?

Il blog esprime me come persona, è il luogo dove dire le cose che voglio dire senza dover ricorrere a metafore come succede nei libri. Ma soprattutto è una responsabilità importante, far riflettere i miei lettori su argomenti di cronaca o approfondimenti su questo o quell'argomento è una cosa delicata e difficile.

 

Le donne nelle tue saghe hanno sempre un ruolo determinante, nella costruzione di questi personaggi granitici ti sei rifatta a modelli reali specifici o ad un ideale femminile?

In genere i miei personaggi femminili hanno sempre qualche mia caratteristica. A ben guardare sono forti fisicamente, ma molto spesso fragili dal punto di vista psicologico. Credo che questa sia una mia caratteristica; chi mi conosce solo superficialmente credo mi veda come una persona molto sicura di sé e forte, mentre ho grandi incertezze e grosse debolezze.

 

Centinaia di migliaia di copie vendute, due saghe in tre anni e traduzioni in sette lingue, cifre che fanno piacere e che fanno riflettere. Secondo te quali sono stati gli ingredienti vincenti? Una vecchia ricetta oramai consolidata, o un pizzico di novità da scoprire?

Sinceramente non saprei. Il successo è sempre misterioso, e se se ne conoscesse la ricetta saremmo pieni solo di bestseller. A stare a quanto mi dicono i miei lettori, la chiave è soprattutto l'immedesimazione; sembra che sia facile provare empatia per i miei personaggi. Del resto, è questo uno degli scopi che mi prefiggo sempre quando scrivo.

 

Per la scelta di armi, colpi eccetera, come ti regoli, hai un consulente?

No, tendenzialmente mi ispiro a film o fumetti. Ora mio marito mi ha regalato per il compleanno un trattato di scherma medievale, per cui potrò farmi una cultura e trovare parecchie mosse nuove da sfruttare.

 

Pensi che continuerai ad occuparti di Astrofisica?

Spero di sì. È una mia passione da molto tempo, ho studiato sodo per fare questo lavoro e vorrei continuare.

 

Sei una creatura diurna o notturna?
Può sembrare strano ma per il mio lavoro di astrofisico sono una creatura diurna, sto facendo il dottorato di ricerca dalle nove alle sei e come scrittrice 'notturna' scrivo dalle nove e mezzo in poi. Perché i telescopi che si usano sono dall’altra parte del mondo in Cile, non esiste più la figura dell’astronomo con l’occhietto chiuso che guarda nel cannocchiale, oramai le immagini arrivano direttamente sul tuo computer - puoi lavorare a tutte le ore. Meno poetico forse, perché il rapporto con il telescopio, con la notte, con le stelle, in realtà lo cerco. Per esempio mio marito ha avuto la fortuna di poter andare in Cile un posto dove la via Lattea fa ombra e di mettere l’occhio ad un telescopio di due metri.

 

Come mai un’astrofisica scrive di fantasy e non di fantascienza?
Non so dirlo, in realtà so che il fantasy ha sempre fatto parte del mio immaginario - anche quando lo conoscevo poco e solo tramite i fumetti. Mi affascinava, così anche le cose scritte prima delle Cronache avevano in loro elementi fantastici. Poi a posteriori penso che mi piace il fantasy perché ha un’ambientazione non tecnologica e questo mi permette di recuperare l’elemento naturale che nella mia vita è sempre mancato perché ho sempre abitato a Roma, e in periferia. Il combattimento all’arma bianca è una cosa che mi interessa molto, perché buona metafora di due visioni diverse della vita. La fantascienza comunque mi affascina anch'essa, e in qualche racconto ho inserito qualcosa.


Quanto c'è di vero nei rumours di un film tratto dalle Cronache del Mondo Emerso?
Il progetto c’è, la Colorado Film ha comprato i diritti cinematografici un paio d’anni fa, il film è nell’aria l’idea è di fare una co-produzione internazionale,  so che il progetto è stato presentato a Cannes... vedremo, sarebbe una cosa bellissima. Così come l’idea di farne un videogioco, so che ci stanno lavorando ma in Italia non c’è una grande tradizione di produzione di videogiochi.  

 

Quanto ti ha aiutato avere 'la testa tra le nuvole' per descrivere il Mondo Emerso?

Sono sempre stata una persona molto fantasiosa. Da ragazzina mi chiudevo in camera da sola a inventarmi storie che "recitavo" in solitudine. Credo che i miei libri siano nati proprio lì.

 

Cosa puoi dirci invece del Mondo Sommerso?

Che quando ho avuto l'esigenza narrativa di allargare gli orizzonti delle quinte su cui si svolgeva la mia storia, mi è venuto naturale andare sotto il mare. Del resto, per moltissimi anni ho amato molto il mare, e ancora adesso esercita un certo fascino su di me. Mi interessava narrare di un'utopia irrealizzabile e persino un po' razzista, e mostrare come sia impossibile fuggire ai propri demoni: l'uomo non è solo buono, occorre fare i conti con questa verità e non cercare di rifuggirla.

 

Sei suscettibile alle critiche?

Moltissimo. Le critiche negative mi deprimono sempre un sacco, anche se cerco sempre di trovare in ognuna il lato costruttivo che mi aiuti a migliorare. Resta il fatto che tendo a dare molto più peso alle critiche negative che a quelle positive.

 

Qual è il momento della giornata in cui preferisci scrivere?

La sera, che è anche l'unico momento in cui riesco a farlo. In alternativa, mi piace moltissimo scrivere in treno; quasi tutti i fine settimana vado a fare presentazioni da qualche parte, e per questo faccio spesso lunghi viaggi in treno.

 

Qual è il primo libro che hai letto?

Era un libro illustrato del cartone di Alice nel Paese delle Meraviglie della Disney. Me lo regalarono per il Natale dei miei 6 anni; leggevo ancora male, e tenevo il segno col dito, ma anche se facevo molta fatica mi incaponivo a cercare di leggere il più possibile. Questo tipo di testardaggine m'è rimasta addosso, e ancora la pratico in diversi aspetti della mia vita.

 

Qual è un libro che avresti voluto scrivere?

Il nome della rosa, il mio libro preferito. Dentro c'è veramente tutto, ed è così ricco di piani di lettura diversi... [foto francesco bertelli skylinephoto.it]

 

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