Gli interessi in comune

Gli interessi in comune

Figline. Provincia fiorentina, di quelle agghiaccianti, di quelle che sembrano non offrire nulla se non la tentazione di uscire dagli schemi e spaccare la noia con scelte e divertimenti – che sono non a caso fughe dalla realtà – totalmente estreme. Il Pelle, il Malpa, il Mella, il Paride, il Sasso sono ragazzi normali, adolescenti alle prese con la vita nel mezzo degli anni ‘90, né buoni né cattivi, più facilmente plasmabili, influenzabili laddove non esiste un substrato di ideali e valori abbastanza forte da reggere l’urto con una realtà talmente frustrante da diventare un nemico da combattere. Ragazzi benestanti, con famiglie medio-borghesi alle spalle, nuclei educativi incapaci di ascoltare i disagi, più facilmente disponibili a sganciare la grana e a tapparsi le orecchie. Quali interessi condividono questi giovani dal futuro incerto? Avranno pur qualcosa in comune: una passione sia esso uno sport, un genere musicale, uno scrittore… qualsiasi cosa che funzioni come agente aggregante. Sì, una cosa che li lega c’è, fortissima, disperata, annientante: la droga. Droga di qualsiasi tipo e genere, purché capace di mandare in orbita, di dare l’illusione che quello che ci circonda non fa così schifo come sembra, che il mondo è un caleidoscopio colorato dove ognuno può vedere quello che più gli aggrada e dove le regole non sono imposizioni ma libere scelte. E allora giù di canne in quantità industriale, vai di coca (pippone e pucciotto), pollice stra-in alto per mescalina, ketamina, funghi allucinogeni, LSD e antidepressivi in dosi massicce per piombare in un sonno pesantissimo ed infinito, ricordando sempre che essere psiconauti è ben diverso dall’essere tossici. La roba, l’eroina, quella no, la si lascia ai robbosi, come se tutto il resto fosse un toccasana, un rimedio al terrore di non avere niente da dirsi, da darsi...
Vanni Santoni, scrittore fiorentino doc classe ’78, ci sorprende, ci stupisce, ci stordisce al punto che Christiane F. e James Fogle diventano un metro di confronto inadatto, persino obsoleto. I suoi personaggi si muovono in scenari allucinati, difficilmente immaginabili per chi non è mai stato dentro questo mondo. Dalla prima all’ultima pagina passano dieci anni e non cambia una virgola. Ritrovo al bar Miro, alcol fino a stonfarsi, canne sopra canne, la ricerca di una botta più pesante, la cala, lo sballo in discoteca, il baccaglio sfrenato e il down, lo stordimento dopo la fattanza, il letargo che preannuncia un risveglio che profuma di hashish e non di caffè, come sarebbe normale pensare. Gli interessi in comune sconvolge (ehm...) perché è reale, tangibile, esperibile semplicemente buttando un occhio fuori dalla finestra, alla tv, al quotidiano, alle pupille dilatate dei nostri figli (forse ve ne state accorgendo per la prima volta), ed è così schietto e diretto (Santoni sfrutta lo slang giovanile, spesso in dialetto fiorentino) da costringerti a guardare la situazione da tutte le sue angolazioni, anziché girare la testa con un’alzata di spalle. È il famoso horror vacui di cui sentiamo spesso parlare, l’assenza di scopo, di ambizione/aspirazione, di riscatto da un disagio che ognuno sa di vivere in prima persona, senza sapere come guarirne. Una scrittura tagliente, concitata, per niente moralista, oggettiva, il più sincera possibile, sempre capace di cogliere quei barlumi di sensibilità e consapevolezza quando emergono dal buco nero, salvo poi farvi ritorno. Ognuno di loro ha un mondo dentro, un’anima, un cuore, un dubbio, una domanda a cui non sa come rispondere: il punto è essere capaci di esprimersi, palesarsi, senza temere di essere additati, giudicati, considerati fuori dal gruppo. I ragazzi di Figline sono invischiati in uno schema che credono essere l’unico possibile e che, in realtà, è la chiave che apre le porte di un precipizio pronto ad inghiottirli. Un romanzo denso, pieno, carico di denuncia (forse), di documentazione (anche), di formazione educativa per il lettore quando si trova di fronte all’involuzione umana (certamente) e uno spaccato aberrante sulle generazioni moderne in un circolo eterno dove l’unica cosa che potrebbe spezzare la repetitio è la tremenda, seppur semplicissima, ammissione di avere una volontà propria, capace di dire no, no, no, basta, non voglio più essere un punto indistinto senza nome, né volto, né un domani in cui credere.  

Leggi l'intervista a Vanni Santoni

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