Alessandro De Santis: il colore viola

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Interviste a scrittori tifosi di calcio per parlare soltanto di calcio: dello stadio, della fede, dei giocatori preferiti, delle nemesi, delle figurine...e di tanti vecchi sogni: questa è la nostra rubrica “Caffè Sport”. Classe '76, romano di nascita ma fiorentino di fede, Alessandro De Santis ha diretto il blog letterario “Luminol” ed è stato editor per l’omonima collana delle Edizioni Socrates. Tracce della sua inossidabile fede viola le troviamo proprio nella sua produzione letteraria, dove accanto ai suoi lavori poetici ‒ Il cielo interrato (Joker Edizioni), Metro C (Manni Editori) e la partecipazione al XII Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y marcos) ‒ spicca proprio Forza Fiorentina! A me il viola mi garba e di molto (Giulio Perrone Editore)... Come non ospitarlo quindi nel nostro Caffé Sport?




Partiamo dal principio. Come lo vivevi da bambino il tuo essere viola in terra romana?
Da bambino tutto è venuto naturale, come un simpatico gioco di ruolo basato sul colore della maglia e sul suono di quel magico nome da pronunciare, poi con l’adolescenza un tifo così atipico in terra di laziali, romanisti e di triade a strisce, la cosa ha cominciato ad avere implicazioni più ampie.

Nelle partitelle tra amici quale campione viola immaginavi di essere?
Durante le interminabili partite all’oratorio salesiano che frequentavo da ragazzino ero costantemente Baggio, in realtà più per un fatto di unicità del mio essere tifoso viola che per un’identificazione nel modo di giocare di Baggio o nel suo ruolo di fantasista; anzi il mio ruolo è sempre stato quello di “todocampista” che nel tempo spesso è anche arretrato, per un ruolo alla Mascherano, tanto per capirsi.

Il tuo primo ricordo da tifoso?
Più che legato a un episodio è legato a un oggetto, la cosiddetta radiolina. Ricordo nitidamente il mio orecchio vicino alla radio che ascoltava le radiocronache delle partite di Antognoni, Sacchetti e company, e forse il momento più chiaro – infatti lo ricordo anche nel mio libro – è una radiocronaca di Universitatea Craiova-Fiorentina di Coppa Uefa, ascoltata nel pomeriggio a casa dei nonni materni.

E la tua prima all’Artemio Franchi?
È arrivata molto tardi, quando ero già all’Università. In precedenza il mio appuntamento fisso prevedeva le due “trasferte” prima al Flaminio e poi allo Stadio Olimpico contro le due squadre romane. La primissima all’Artemio Franchi dunque fu un Fiorentina-Sampdoria con la Fiorentina allenata da Trapattoni prima in classifica e campione d’inverno; partita equilibrata risolta da una bel diagonale di Rui Costa dopo una travolgente azione corale.

Come si è evoluto il tuo essere tifoso negli anni?
La passione per il calcio e soprattutto per la Fiorentina – sia pur con qualche picco di disillusione – è rimasta quella di me bambino; l’unica concessione negli ultimi anni è stata quella che di tanto in tanto, per impegni di lavoro, mi è capitato di saltare l’appuntamento con la partita della Viola, cosa per me assolutamente impensabile anni prima. Fra l’altro sarà un caso, ma in quelle rare occasioni la Fiorentina ha sempre perso…

Il tuo podio di idoli viola?
Al primo posto senza alcun dubbio Omar Gabriel Batistuta, lo strepitoso bomber argentino che per tutti gli anni Novanta ha incarnato la Fiorentina. Al secondo posto ancora un calciatore di quella stessa grande squadra: Manuel Rui Costa, il trequartista lusitano che con la palla tra i piedi sapeva essere capace di qualsiasi magia. Al terzo posto metto Francesco Toldo, fortissimo e gigantesco portiere padovano, un omaggio alla sua bravura, simpatia e a un ruolo, quello del portiere che mi ha spesso affascinato. L’unico dieci Giancarlo Antognoni e il divino Roberto Baggio li colloco direttamente nell’Empìreo, anche se di entrambi ho avuto purtroppo la sfortuna di goderne non così a lungo come avrei invece desiderato.

Cosa ti ricordi del passaggio di Baggio in bianconero e cosa ha rappresentato per te quell'addio?
Ricordo nitidamente la prima grande amarezza arrivata dal calcio, con Baggio che giocò la partita di ritorno della finale di coppa Uefa contro l’odiata Juventus nel feudo bianconero di Avellino che era già di fatto un giocatore bianconero, mentre io mi apprestavo ad andare a Gardaland per la mia prima gita fuori casa con la scuola. Solo alcune settimane dopo si sarebbero giocati anche i Mondiali di Italia ’90, con Baggio e compagni ad allenarsi in ritiro proprio a due passi da casa mia, ai Castelli Romani.

Conservi qualche cimelio dei tuoi anni da tifoso?
Devo dire che non sono mai stato un grande amante di oggetti, cimeli e suppellettili; però qualcosa nel tempo è rimasto: un maglia vintage di Anselmo “Spadino” Robbiati, una t-shirt celebrativa della prima Champions League conquistata grazie a Prandelli e infine una recentissima e sfavillante maglia di Facundo Roncaglia con il numero 32 sulle spalle.

Visto che sei un poeta, mi dici cinque calciatori che in campo ti ricordano altrettanti poeti e perché?
Borja Valero mi fa pensare a Mario Benedetti: sembra non avere il physique du rôle, ma ti incanta, mentre gioca racconta una storia che è universale, radicata nella terra. Batistuta mi fa pensare a Umberto Fiori: un grandissimo venuto dalla gavetta, una forza della natura che ha perso tutte le bravure. Antognoni mi fa pensare a Sandro Penna: un campione, gioca a testa alta e fa sembrare semplici le cose difficili. Edmundo mi fa pensare a Simone Cattaneo: un grande, una stella piena di personalità che ha brillato meno di quanto avrebbe potuto. E infine Baggio mi fa pensare ad Arthur Rimbaud: genio allo stato puro, irripetibile.

Per vincere il tricolore saresti disposto a?
A smettere di leggere libri per un anno intero. Sarebbe una rinuncia enorme per me, forse la più grande escludendo quelle più strettamente fisiologiche, ma che farei volentieri pur di provare una gioia come quella di poter vincere il terzo Scudetto.

I 90 minuti che non dimenticherai mai?
Anche se vista dalla tv e non allo stadio, la vittoria nel tempio del calcio di Wembley contro i temutissimi inglesi dell’Arsenal ai sedicesimi di finale della Champions League del 1999-2000; vittoria ancora una volta firmata Batistuta, con un goal straordinario, un violentissimo diagonale che zittì un intero stadio e che ancora oggi a rivederlo da YouTube dà i brividi.

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