Anthony Bourdain: la cucina come ambiente ostile

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La storia di Anthony Bourdain non è la storia di tutti gli chef. Lui stesso paradossalmente è sempre stato titubante a definirsi uno chef, malgrado ne avesse tutto il diritto: esitava non per modestia, ma consapevole della sua a dir poco insolita traiettoria professionale. Sebbene infatti sin da ragazzo ‒ appena uscito dal Culinary Institute of America, nel 1978 ‒ avesse lavorato nelle cucine di ristoranti più o meno importanti e nel 1998 avesse raggiunto il posto di executive chef della Brasserie Les Halles di Manhattan, Bourdain era sostanzialmente uno sconosciuto nell’ambiente della haute cuisine internazionale.




Di chef più o meno affermati che scrivono libri ‒ non solo di ricette, ça va sans dire ‒ è pieno il mondo, ma Bourdain è forse l’unico caso al mondo di uno chef che ha seguito il percorso inverso, diventando celebre grazie ad un libro e assurgendo allo status di star televisiva e gastronomica proprio grazie alla fama ottenuta con il suo libro. Quando scrisse Kitchen confidential, alla fine degli anni Novanta, Bourdain era in gravi difficoltà economiche ed esistenziali. Negli anni precedenti aveva tentato la strada di scrittore di noir con risultati trascurabili. Inatteso, arrivò un successo strepitoso. Tenendo i piedi ben piantati per terra, Bourdain si tenne comunque stretto il suo lavoro al Les Halles, e intanto pensava a come sfornare un altro bestseller. Fu qui che arrivò la svolta, l’idea geniale che gli cambiò la vita: propose al suo editore il diario di viaggio di uno chef, che ‒ con la consapevolezza datagli dal suo mestiere ‒ avrebbe visitato luoghi esotici, assaggiato piatti sconosciuti, confrontandosi con i cuochi e la cultura gastronomica locale. Come? Eh, già. Anthony Bourdain non lo sapeva ancora, ma aveva inventato un format che avrebbe avuto un successo straripante e che ancora oggi imperversa sui palinsesti televisivi di tutto il mondo.

Come racconta nel suo memoir Al sangue, Bourdain fu contattato dal canale tv Food Network che gli propose di trasformare in uno show televisivo questo libro (che nel frattempo il suo editore aveva approvato entusiasticamente). Fu l’inizio di una carriera come “host” gastronomico che andò avanti ‒ praticamente senza interruzioni ‒ dal 2002 al 2018. Quando il sessantunenne Anthony Bourdain si è impiccato con la cinta di un accappatoio nella sua camera d’albergo a Kaysersberg, in Alsazia, l’8 giugno di quest’anno, stava per l’appunto girando una puntata del suo show nella regione francese con il suo amico e collega Éric Ripert. L’autopsia ha confermato che si è trattato di suicidio, i test tossicologici hanno escluso l’uso di droghe o farmaci. Dopo la tragedia si sono susseguite le testimonianze di chi ha incontrato Bourdain nei giorni e nelle ore che hanno preceduto il tragico gesto, e tutti sono concordi nel descrivere una persona dolce, tranquilla, disponibile, calma, persino serena. Solo Ripert ha testimoniato che Bordain gli era parso malinconico e chiuso in sé.

Perché uccidersi in circostanze simili? Perché lasciare la figlia adorata, familiari e amici? È un interrogativo forse indelicato e comunque destinato molto probabilmente a rimanere senza risposta. Ma va sottolineato che quello di Anthony Bourdain non è stato l’unico suicidio nell’ambiente della cucina professionale negli ultimi tempi. Nel 2016 l’acclamato chef svizzero Benoît Violier, nel 2003 lo stimatissimo chef francese Bernard Loiseau: sono soltanto due dei professionisti di questo ambiente che hanno deciso di porre fine ai loro giorni con un atto estremo. C’è chi punta il dito sulla terrificante pressione che domina il mondo della haute cuisine internazionale: tempi di lavoro serratissimi, turni tra le 12 e le 14 ore, competizione spietata, guerre senza esclusione di colpi per una stella Michelin in più.

Ironia della sorte, lo chef che più di tutti e prima di ogni altro aveva descritto la cucina come un ambiente ostile è proprio Anthony Bourdain, che nei suoi libri definisce gli chef come individui orgogliosamente disfunzionali, dei disadattati, gente cattiva che nessuno ama, che vive una “vita dimezzata fatta di lavoro, di cazzeggi con persone che vivono esistenze simili alle loro” e i ristoranti come ambienti quasi sempre malsani e lerci, popolati da brutti/e ceffi/e tatuati/e con vite personali sfasciate che trovano il loro riscatto affinando una spietata ultratecnica gastronomica e ammazzano il pochissimo tempo libero scopandosi a vicenda nelle più diverse combinazioni, drogandosi e facendo a botte. Possibile che il rifiuto per questa “vita dimezzata” abbia portato Bourdain alla depressione e alla disperazione? O si è semplicemente trattato ‒ come le riviste di gossip e il chiacchiericcio sui social network paiono voler sostenere ‒ di una delusione d’amore che ha spezzato un cuore ormai stanco?



 

 

 

 
 
 
 
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