Golden Globes, golden books

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“Guardami negli occhi, trattieni il mio sguardo, chiamami col tuo nome”: anche se l’altro ieri è uscito a mani vuote, ma comunque abbondantemente e meritatamente baciato dalle luci della ribalta - in una serata caratterizzata per lo più dal look total black delle star per dire no ai soprusi sessuali che per decenni si è finto di non vedere, dal discorso “presidenziale” di Oprah Winfrey e dal trionfo di personaggi femminili forti e non convenzionali e delle opere che ne hanno proposto i ritratti - il film di Luca Guadagnino, omonimo dell’esplicito, sensuale, carnale, potente, raffinato, elegante, maestoso e proustiano romanzo d’amore di André Aciman - che si concede finanche il lusso di un grazioso cameo sul grande schermo al fianco degli ottimi Timothée Chalamet e Armie Hammer -, Chiamami col tuo nome, è certamente il più immediato e scintillante esempio di come cinema e tv confermino anche in occasione dalla settantacinquesima edizione dei Golden Globes (i premi, in un certo senso anticipatori degli Oscar, che insigniscono del plauso dei cronisti della stampa estera iscritti alla Hollywood Foreign Press Association i migliori film e programmi televisivi della stagione) lo stretto legame con la letteratura. Perché una buona scrittura è l’imprescindibile sostrato per una buona opera filmica.


 

 

Perché il cinema e la tv non sono solo immagine, ovviamente, e benché abbiano un proprio linguaggio, la parola, proprio come il nome dell’amato in Aciman - che i due si scambiano per definirsi e saldare il loro torrido legame, fatto di umori, odori, colori, profumi, sapori, sudori, pelle e oggetti, che il film di Guadagnino, che certamente deve moltissimo al découpage à la Ivory (che non a caso qui sceneggia, e che sublima l’eccezionale e inconfondibile calligrafismo che è il marchio di fabbrica che gli ha fatto adattare con successo opere come per esempio Camera con vista e Casa Howard, da Forster, e Quel che resta del giorno, da Ishiguro) che lo connota, riproduce, pur con un taglio parziale ma non derubricabile come infedele, mirabilmente, segnando una decisa ma non incoerente evoluzione nella sua poetica – è viatico e veicolo insostituibile per il messaggio che si vuole comunicare. Call me by your name (questo il titolo originale), però, come si è detto, non è il solo esempio: la serata non ha mancato di far ritrovare a livello internazionale un piccolo ma prestigioso posto al sole per l’Italia anche grazie alla candidatura ottenuta da Jude Law per il suo “giovane papa” sorrentiniano e a quella di Helen Mirren per Ella & John di Paolo Virzì, dal romanzo In viaggio contromano di Michael Zadoorian.

 

 

Big little lies - miniserie tv di strepitoso successo che ha dominato su Fargo (per cui ha vinto Ewan McGregor, che tra gli altri ha prevalso sul De Niro di The wizard of lies, dal libro biografico sul criminale Madoff, e sul Geoffrey Rush di Genius, ispirato a una serie di libri su Albert Einstein, Feud, The sinner (dall’omonimo romanzo di Petra Hammesfahr)- ha visto premiare col Golden Globe le splendide e raggianti Laura Dern (amatissima in primo luogo dai lynchiani di tutto l’orbe terracqueo) e Nicole Kidman e il fascinosissimo Alexander Skarsgård, prende invece le mosse da un romanzo di Liane Moriarty, ottimo soprattutto perché costruito per accumulo di voci, pettegolezzi e illazioni in un pretenzioso sobborgo, con annessa scuola d’eccellenza, popolato da sepolcri imbiancati. E se si sa dall’inizio che c’è stato un delitto, non si sa fino all’ultimo chi sia morto. Come. Quando. Per mano di chi. E perché. Il che fa letteralmente divorare le pagine… E trae spunto, oltre che dalla vera vicenda Getty, anche dall’opera letteraria da essa scaturita, firmata da John Pearson, Tutti i soldi del mondo di Ridley Scott, non pessimo ma comunque deludente, soprattutto per l’abominevole doppiaggio italiano e per la pletora invereconda di blooper marchiani e risibili che costringono di continuo a una sospensione dell’incredulità snervante e soapoperistica, che ha visto le candidature infruttuose del succitato cineasta, della brava Michelle Williams e dell’ottimo Christopher Plummer, all’ennesima declinazione dello Scrooge dickensiano, qui chiamato in fretta e furia per sostituire il palpator scortese, il solito sospetto che faceva giochi d’adulti, l’ormai innominabile Kevin Spacey.

E alla storia vera della realizzazione del cosiddetto “Quarto potere dei film brutti”, ossia il mitologico film The Room, ma anche al romanzo di Greg Sestero e Tom Bissett, si deve l’ottimo The disaster artist, che ha fatto vincere il globo d’oro al poliedrico (ma contro cui, a proposito delle succitate molestie, piovono solo oggi a mezzo sociale accuse non suffragate da alcuna prova da parte di Violet Paley, Jessica Valenti, Sarah Tither-Kaplan e Ally Shedy) – autore anche di opere narrative eccellenti, come Il manifesto degli attori anonimi, da cui sta traendo un film prossimo venturo – James Franco. La storia del toro Ferdinando di Munro Leaf del 1936 è invece il sostrato da cui prende le mosse il delizioso Ferdinand, film d’animazione su un toro pacifista, che alla lotta preferisce i fiorellini, nominato nella sua categoria ma impossibilitato a vincere per la supremazia imbattibile del capolavoro Pixar Coco - che ha sgominato anche la concorrenza dell’intenso The Breadwinner, dal bestseller di Deborah Ellis, prodotto fra gli altri da Angelina Jolie, brava regista di Per primo hanno ucciso mio padre, film nella cinquina delle migliori pellicole straniere ai Golden Globe, selezionato dalla Cambogia come suo rappresentante per gli Oscar 2018, tratto dall’autobiografia di Loung Ung che racconta il genocidio perpetrato dai Khmer rossi -, mentre dal buon, fluido, semplice, canonico Fiori nel fango di Hillary Jordan è stato tratto per Netflix il film che ha visto candidata, contro la vincente Allison Janney. E se il romanzo Tredici di Jay Asher, che racconta la storia dell’adolescente Hannah Baker, che ha registrato i tredici motivi che l’hanno spinta al suicidio, è il fondamento su cui si erge l’omonima e splendida serie drammatica per cui è stata candidata come miglior attrice l’ottima Katherine Langford, che però nulla ha potuto contro la lanciatissima, con pieno merito, Elisabeth Moss, che si è aggiudicata il premio per il suo ruolo in The handmaid’s tale (eletta miglior serie contro, tra le altre, Il trono di spade, dalle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin), dal romanzo distopico del 1985 Il racconto dell’ancella, scritto da Margaret Atwood, che narra di una società che soggioga brutalmente le donne, Caitriona Balfe si è portata a casa una nomination per il suo ruolo in Outlander, dal ciclo di romanzi di Diana Gabaldon che racconta le avventure della viaggiatrice nel tempo Claire Beauchamp Randall Fraser, Judi Dench per quello della regina Vittoria in Vittoria e Abdul, dimenticabile film di Stephen Frears basato sul libro di Shrabani Basu che racconta la vera amicizia tra la sovrana che ha dato il nome a un’epoca e il suo servitore indiano, Jessica Chastain per la parte di Molly in Molly’s game, ispirato dal volume di memorie di Molly Bloom, giovane sciatrice olimpica organizzatrice di un giro di poker clandestino, arrestata dall’FBI, che aveva tutto l’interesse a scoperchiare il vaso di Pandora dei suoi intrallazzi con criminali e alti papaveri, e Kevin Bacon per quello di Dick in I love Dick, serie tv a stelle e strisce di Amazon Video tratta dall’omonimo romanzo di Chris Kraus.

Com’è evidente dunque la pagina e lo schermo continuano il loro incessante e fitto dialogo fatto di corrispondenze, per raccontare la vita, le luci nelle case degli altri, far immergere in altre esistenze, riflettere, emozionare, sognare.

 


 

 

 

 

 
 
 
 
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