80 miglia

80 miglia
Siamo negli Stati Uniti nel periodo in cui la Union Pacific costruiva la ferrovia transcontinentale, titanica impresa volta a unire la costa est alla costa ovest: un lungo viaggio attraverso territori in gran parte incontaminati, regno dei bufali e delle tribù dei pellirosse. Billy è un ragazzino di tredici anni, affascinanto dai lavori della ferrovia. Il treno, quel nuovo gigante sbuffante che avanza imponente sui binari, è la sua passione e gli piace osservare gli operai che posano le rotaie e danno così vita alla linea ferroviaria. Non meno del treno lo affascina Joe, personaggio loquace e simpatico, che frequenta il saloon e con le sue storie suscita l’attenzione di tutti. Joe racconta che 80 miglia più a ovest i campi sono verdi, l’acqua scorre abbondante e la terra è così fertile che un seme piantato oggi domani darà già frutto. Molti credono alle parole di Joe, caricano tutti i loro averi su un carro e partono per insediarsi 80 miglia più a ovest. Anche Billy gli crede, salta su un carro e, nascosto sotto una coperta grigia, parte per vivere la sua avventura nel grande West.

Scritto con stile semplice, composto da capitoli brevissimi, il romanzo si presta a far rivivere ai giovanissimi lettori qualcosa dell’atmosfera mitica e coraggiosa, ma anche spregiudicata e crudele della “frontiera” americana e dei suoi protagonisti. Billy, ingenuo ed entusiasta, scoprirà nel suo viaggio i valori dell’amicizia e del lavoro, sperimenterà il primo innamoramento, ma conoscerà anche il peso della violenza, della doppiezza e dell’inganno. Lo scoprirà in particolare attraverso gli scontri tra coloni e indiani, quei nativi americani dei quali, con l’avanzare della ferrovia e la violazione delle loro terre, già si annuncia la condanna all’estinzione. L’entusiasmo di Billy per il treno e il suo superbo snodarsi sulle rotaie non gli impedisce di riflettere: “C’erano un bel po’ di tende di pellerossa, dietro la collina, una dozzina, a occhio, e c’erano i bambini che giocavano, i cani che dormivano, le donne che facevano da mangiare e gli uomini che spaccavano la legna. E a guardarli così, a casa loro, con le ombre lunghe che il sole gli faceva, anche se erano indiani selvaggi mi sembrarono gente come noi, proprio come noi…”.

 

 

 

 
 
 
 

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