Ago ‒ Storia di un capitano

Ago ‒ Storia di un capitano

Era stato battezzato Agostino, tutti lo chiamavano Ago. Ago era un bambino schivo e introverso. Era uno che a scuola restava sempre un po’ in disparte, osservando i compagni a distanza. Un giorno, al campetto sotto casa, riuscì ad accorciare quelle distanze: si ritrovò a giocare a pallone coi suoi compagni e tutti subito capirono che era speciale; Ago non smaniava per giocare centravanti e fare gol, Ago preferiva restarsene al centro del campo e passare la palla ai compagni – Ago voleva giocare per la squadra, Ago sapeva abitare e disciplinare lo spazio. Su quel prato Ago si fece parecchi amici, su quel prato diventò ragazzo. Un pomeriggio, alla fine dell’ennesima partita, un vecchio signore tutto serio s’avvicinò: s’avvicinò per dirgli che era proprio bravo, e poi tornò a vederlo diverse altre volte, finché una volta parlò coi suoi genitori e da quel giorno Agostino diventò una promessa delle giovanili dell’A.S. Roma: scoprì come erano fatti i campi veri, e quanto agonismo e quanta ambizione c’erano già a quel livello. Sulle prime, trovandosi in mezzo a un mucchio di sconosciuti, Ago fu di nuovo molto silenzioso, forse un po’ impaurito; ma bastò ritrovarsi il pallone tra i piedi per ritrovare equilibrio, coraggio e armonia, e prendere le misure ai nuovi compagni, restando se stesso. E poi c’era quella maglietta col numero 10 che da sola era un’ispirazione. Ago la portava come niente fosse, con una dignità esemplare. Passò altro tempo e un bel giorno, a primavera, si ritrovò allo Stadio Olimpico, di fronte a ottantamila spettatori; la Curva Sud lo chiamava per nome, perché Ago, la fascia di capitano indosso, stava guidando la Roma contro gli eterni rivali bianconeri, contro la Juventus; e Ago guidava i suoi compagni con classe e personalità, lanciando e contrastando come soltanto lui sapeva fare. E quando tirava e segnava, segnava proprio tutta Roma giallorossa. Perché Ago era un figlio del popolo, e il popolo lo riconosceva come suo fratello…

Ago Dibba, Agostino Di Bartolomei, valoroso capitano della Roma tricolore del 1982-83, finalista nella Coppa Campioni 1984, maestro di calcio, morto giovanissimo nel 1994, è la musa di questo libro per bambini, scritto dalla romana Giulia Franchi, classe 1982, cresciuta “a pane e Roma”, e illustrato dal pugliese Massimiliano Di Lauro, classe 1984, uno che adora disegnare coi pennarelli, ma più di tutto adora la Roma. Il loro Ago. Storia di un capitano è un omaggio e un tributo a un vecchio campione indimenticabile: oggi poteva essere, in una A.S. Roma ben differente da quella americana, un dirigente di grande personalità e limpida umanità, un totem per le nuove generazioni e un punto di riferimento per i tifosi e per la stampa; la sua assenza è lancinante, perché della sua generazione era certamente il calciatore “romano e romanista” più rappresentativo e carismatico, e perché nelle generazioni successive forse soltanto Peppe Giannini e Daniele De Rossi hanno saputo incarnare una certa idea di romanità, di spirito di squadra, di combattività e di consapevolezza. Totti è stato un “capitano tecnico” – qualcosa di molto differente. È la seconda volta, a distanza di un anno, che il vecchio Ago viene trasformato in fumetto o in illustrazione per bambini: nel volume celebrativo per i 90 anni della Roma, Dimmi cos’è di Tonino Cagnucci e Luca Pelosi, Dibba serviva come leitmotiv per raccontare cos’è la Roma. Sono segni di una popolarità che si sta mutando in leggenda, a circa venticinque anni di distanza dal suo addio. Esteticamente, Ago. Storia di un capitano si fa notare per una bandella tutta gialla e una bandella tutta rossa; per un frontespizio con la vecchia maglia della Roma degli anni di Liedholm col numero 10; per questo tratto buffo ma efficace e incisivo di Massimiliano Di Lauro, con un uso bambinesco ed elegiaco dei pennarelli; le braccia di Agostino spesso sembrano le braccia di un gigante, esasperando la sua espressività; gli scarti cronologici sono così impetuosi da essere fiabeschi. Riconoscerete qualche storica esultanza (Bruno Conti abbraccia Ago, entrambi inginocchiati) e diversi omaggi a qualche vecchia fotografia emblematica; ritroverete, a un tratto, l’Olimpico com’era prima del discutibile restyling di Italia ‘90; se avete la fortuna di avere un bambino che gioca a calcio ‒ figlio, nipote o figlio di amici che sia ‒ e se volete raccontargli come si gioca a calcio e basta, con serietà e compostezza, una compostezza molto antica romana, Ago. Storia di un capitano è una bella occasione. Difficile immaginare Agostino che conta i follower su Twitter o che pubblica autoscatti su Instagram, difficile immaginarlo che pubblica autobiografie con tonnellate di pettegolezzi e di retroscena, difficile immaginarlo che va a fare il clown in televisione, difficile immaginarlo mentre si celebra come leggenda della storia della Roma: Ago aveva tutto un altro stile, un altro respiro e un altro cuore. Amava i silenzi. Rifiutava la retorica. Era essenziale.



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