Bob Gill's A to Z

Bob Gill's A to Z
Tre blocchetti di schede in colonna, tenuti assieme da una rilegatura ad anelli (doppi, metallici, neri) e racchiusi in una copertina di cartoncino alta e stretta (quasi 3 a 1). Le schede contengono lettere e porzioni di immagini (un gufo, un paio di forbici, una vasca da bagno, una sega, …). Il gioco consiste nel ricostruire immagini e parole corrispondenti sfogliando i tre blocchetti, aiutandosi con i colori e i caratteri…
La carriera di Bob Gill – leggendario graphic designer e art director newyorkese dal talento multiforme e ondivago, autore dello storico volume Forget all the rules you ever learned about graphic design. Including the ones in this book – è punteggiata da progetti bizzarri ed escursioni "fuori del seminato" (le attività collaterali, come si diceva un tempo). La sua indipendenza metodica e il rifiuto deciso e consapevole di ogni ortodossia ne fanno un perfetto esempio di genio (e sregolatezza) delle arti visive, nel senso più lato del termine. Dalla regia di un film porno alla scrittura di libri per bambini per Gill il passo è sempre breve e molto sciolto. Bob Gill’s A to Z, una delle prime incursioni nel mondo della letteratura per l’infanzia, nasce nella swinging London degli anni Sessanta, agli esordi del suo periodo inglese, nello stesso anno, il 1962, in cui fonda assieme a due giovani e brillanti designer inglesi il Fletcher/Forbes/Gill, uno studio di design che farà epoca… E il libro suona un po’ come un tentativo di mettere ordine nel caos creativo di cui è pervasa la storia professionale di Bob. Quando le schede sono disposte in modo corretto, forme, colori e caratteri si accordano in una magica sintonia grafica, dominata dal numero 3. La sfida che lancia Gill ai bambini è un’attività di associazione che ha il sapore secco e appagante dell’ineluttabilità. Occhi e dita che pendolano alla ricerca dell’elemento mancante, mentre le schede ancora in disordine danno vita a surreali creature con la testa di un gufo, il tronco di una penna e le gambe di una scopa. Chissà se Gill aveva pensato al suo abbecedario come a uno strumento per apprendere una nuova lingua. Perché un effetto collaterale del libro (che la Corraini giustamente sottolinea) è che i lettori italiani, attraverso il fascinoso meccanismo appena descritto, imparano davvero le 16 parole in lingua inglese che risultano dalle combinazioni (e non le dimenticano tanto facilmente…). Immaginate vostro figlio seienne con questo volumetto "MoMA style" tra le mani mentre sillaba "p - e - n", "pen": "penna!". Non è commuovente?

 

 

 

 
 
 
 
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