Cento colpi e le sbucciature

Cento colpi e le sbucciature
È il 1938, e fa un caldo incredibile. Sarà anche maggio, ma ci si sente sciogliere. Non si riesce a capire come si può stare sotto il sole e allo stesso tempo avere delle divise impeccabili. Eppure così deve essere. Noi bambini stiamo aspettando due persone importantissime: il Duce e Hitler. Nessuna piega e nessuna pecca. Penso, per distrarre la mia attenzione dalla divisa, alla discussione che ho origliato ieri sera tra il nonno e mio padre. Li sentivo alzare la voce, così mi sono nascosto. Il nonno di solito ci vede lungo, ma stavolta non mi è chiara la faccenda. Rimproverava papà perché il signore che è morto, mi sembra si chiamasse Matteotti, non solo è morto e basta, ma qualcosa in quella vicenda non era per niente chiara e poi, lui, lo sbarco dei Mille lo aveva fatto per avere un paese libero. Il babbo non era per niente d’accordo: parlava bene di Mussolini perché secondo lui ha riappacificato il paese intero, ha impartito ordine al caos, tranquillità alla gente e le proteste sono terminate. Il nonno ormai centenario ha risposto così secco al babbo che mi ha sorpreso. Gli ha detto: che ne sapeva lui se non c’erano più proteste, abbiamo un solo giornale, e quindi una sola voce. Io però questa parte della voce sola non l’ho capita mica tanto bene. È incredibile ma oggi tutte le viuzze come via Sguazza e via dei Velluti sono chiuse da parati, le viuzze dei poveri sono come scomparse, i palazzi sembrano attaccati gli uni agli altri. Certo non sarebbe una bella cosa se arrivassero tutti i poveri e i sudici della città, stai sicuro che Mussolini e Hitler mica li vorrebbero sotto al loro naso. Un’altra cosa vorrei sapere giacché il tempo non manca: cosa vuol dire confino sull’isola di Ponza? Sempre il babbo lo diceva, ma stavolta alla mamma. Raccontava che il suo amico Paris è stato condannato a cinque anni di confino. Però adesso fa troppo caldo anche per pensare, l’unica cosa che continuo a ripetermi è che hanno scelto il giorno peggiore per venire a Firenze…
L’autrice di questo piccolo grande libriccino è Fulvia Alidori, fiorentina impegnata nelle associazioni di partigiani e soprattutto occupata nel duro lavoro di chi ha scelto di mantenere traccia e memoria nei ragazzi che fatalmente sono sempre più lontani da ciò che è avvenuto nel Novecento nel nostro Paese. Eccola qui la Resistenza: è viva e attiva. Sì, perché resistere significa non far avanzare la nebbia dell’oblio. È scrivere storie come questa, è girare per le scuole come l’autrice fa per far comprendere ciò che è stato a chi ormai non ha più nessuno che voglia o possa raccontarglielo. Questa è la storia del Voga e del Rosso dal 1932 al 1944, diversi ma uniti dalla guerra e dallo spirito che solo i partigiani avevano; la condivisione anche del niente che possedevano, condita dalla fame. E poi è la storia di un nonno che ci commuove perché lui sì, una volta ha combattuto, ma non crede sia un vanto, perché è solo successo e lui ha fatto ciò che era giusto fare. Può una scrittura semplice e diretta avere la potenza delle persone che hanno vissuto quegli eventi? Questa storia è la dimostrazione che è possibile. Ma attenzione, c’è ancora qualcos’altro. Qui ci sono storie realmente accadute tramandate di bocca in bocca, qui c’è un’autrice che è cresciuta con quelle vicende e come un fiore raro e di estrema bellezza ha deciso di donarle. Un libro che tutti i ragazzini dovrebbero leggere, un libro che tutti gli adulti dovrebbero aver letto.

 

 
 
 
 
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