Che rabbia!

Che rabbia!
Roberto è un bambino come tanti. Ha passato una bruttissima giornata e quando torna a casa, ad attenderlo per cena ci sono gli odiatissimi spinaci e un ambiente non proprio ideale. Il padre, unico genitore presente sulla scena, lo accoglie con un imperativo (“Levati quelle scarpacce!”) che tiene conto più del pavimento di casa che dello stato d’animo del figlio. Roberto, sollecitato dal padre a starsene in camera sua, sente una Cosa terribile che sale, una Cosa che è dentro di lui ma che, grande com’è, fa male ed è quindi difficile da tenere tutta dentro un corpo ancora così piccino. Ed è così che la Cosa sale, sale, sale… per poi uscire dalla bocca come un urlo disperato, materializzandosi in un grande macchia rossa con le sembianze di un mostro con due occhi neri che fanno paura. In un primo momento, quando la Cosa terribile esce dalla sua bocca, Roberto la guarda perplesso, non sa ancora quello di cui può essere capace, ne è soprafatto, non riesce a governarla ed è così che il mostro rosso distrugge tutto quello che trova: il comodino, la lampada, lo scaffale con i libri. Roberto riprende il controllo solo quando la Cosa tocca il suo baule dei giocattoli, distruggendo il suo camion preferito. È qui che riesce a vedere la rabbia in tutta la sua grandezza e distruttività, e la caccia via cercando di aggiustare tutti gli oggetti rotti, compreso il suo camion. La Cosa allora diventa sempre più piccola fino a entrare in una scatolina, dove Roberto la riporrà.
Può succedere anche a genitori "accidentalmente" disattenti di non capire cosa sta accadendo al proprio bambino. Ma più che giustificare chi si occupa delle funzioni educative, mi concentrerei proprio sul bambino. Proviamo a immedesimarci nella sua giornata storta e immaginiamo di tornare in una casa dove le persone a noi più care, invece di accoglierci e ascoltarci ci dicono subito quello che dobbiamo fare, senza possibilità di replica. Quali sarebbero le nostre emozioni? Frustrazione? Sicuramente. Che si trasforma in rabbia? Probabilmente sì, ma per esperienza e maturità avremmo dalla nostra la possibilità di dare un nome a quello che ci sta accadendo e che proviamo, riuscendo così a gestire la situazione. Per Roberto, così come per molti bambini di 4, 5 o 6 anni, questo non è possibile. A quell’età il proprio mondo emotivo è ancora misterioso ed è concreto il rischio di fare un’esperienza negativa con un’emozione che non si riconosce. Per questo la materializzazione della rabbia (la Cosa rossa) ha un grande potere catartico che raggiunge l’apice nel passaggio in cui Roberto riprende il controllo, scaccia il mostro e prova a rimettere insieme i pezzi dei suoi giocattoli. L’autrice in questo modo sottolinea un aspetto molto importante e positivo che può seguire il momento di ira, quello della riparazione, cioè la possibilità che ci viene data di poter riparare ai nostri errori. E la scatolina assume qui un valore simbolico molte forte, un contenitore magico dove mettere le cose di noi che non ci piacciono. Anche se non proprio recentissimo, il libro di Mireille d’Allancé mantiene intatta la sua efficacia - anche grazie alle azzeccatissime illustrazioni - e può rivelarsi molto utile quando vogliamo parlare con i bambini di emozioni per “educarli” a riconoscerle, anche nel caso di quelle più “complesse” come la rabbia. Leggetelo a bambini arrabbiati, anzi arrabbiatissimi, per mostrargli finalmente la vera faccia di quell’emozione che rende la giornata amara, il viso scuro e fa ribollire stomaco e pancino, proprio come accade a Roberto che fortunatamente però, alla fine della sua brutta giornata, ritrova il buon umore e si concede un pezzo di torta con il papà, che forse era solo un po’ distratto. È probabile i piccoli lettori cercheranno di trovare la scatolina magica dove mettere la propria Cosa rossa. Noi gli auguriamo di riuscirci.

 

 

 
 
 
 
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