Dieci dita alle mani, dieci dita ai piedini

Dieci dita alle mani, dieci dita ai piedini
“C'era una volta un bambino nato molto lontano. E poi ce n'era un altro, nato molto vicino. Ed entrambi si sa, come tutti i bambini, hanno dieci dita alle mani e dieci dita ai piedini.” Prendete un paio di piccoli intorno all'anno di età, provenienti da posti diversi del mondo (mettiamo che uno sia nato in Cina e l'altro negli Stati Uniti). Grassottelli, sorridenti, teneri, buffi come soltanto i cuccioli sanno essere. Fateli incontrare su una bella pagina bianca. Poi chiamatene altri due, maschi o femmine non importa. Purché abbiano mani e piedi ben in vista. Se uno è affreddato, però, un cucchiaio di sciroppo e un bel pacco di fazzoletti non dovrebbero mancare. A quanti siamo? Quattro? Ancora pochi... Pescate in paesi lontani un'altra bella coppia mista. Poi al gruppo aggiungete un bambino eschimese e uno nordafricano. Ora ne contiamo otto, se non sbaglio. Ci siamo quasi... Ma non vi sembra che manchi qualcosa? Una mamma, ecco cosa, col suo bambino naturalmente. E con questi siamo a dieci. Ora contate le dita di mani e piedini...
Sembra il copione di una delle storiche campagne pubblicitarie di Oliviero Toscani per il marchio United Colours of Benetton, e invece è l'ultima fatica di Helen Oxenbury, la grande illustratrice inglese alla quale si deve, tra i tanti altri, l'imperdibile A caccia dell'orso, un albo bellissimo di qualche anno fa, oggi stranamente (e colpevolmente) fuori catalogo. Anche la genesi del libro ha un’interessante impronta benettoniana. Mem Fox infatti vive ad Adelaide, in Australia, e non si è mossa da lì per proporre alla Oxenbury - che vive e lavora a Londra - la sua nursery rhyme sull’integrazione. Le due signore, senza mai incontrarsi fisicamente, hanno collaborato a forza di click del mouse, a volte con la mediazione informatica di Allyn Johnston, l’editor di Mem. E Dieci dita alle mani, dieci dita ai piedini, in linea con queste premesse, sembra proprio un ponte che colma una distanza. La distanza spaziale e quella etnica e culturale che separano il coro multietnico di bambini che riempie le pagine. Un a galleria di incantevoli ritratti infantili nelle pose più varie (spesso su fondo bianco, senza scenario) in puro stile Oxenbury, coi suoi acquarelli morbidi e accoglienti. I bambini rappresentati entrano a coppie e hanno l’aria di sentirsi perfettamente a loro agio: si piacciono, giocano tra loro, si riconoscono. Perché in fondo sono tutti figli della stessa grande famiglia, l’Umanità. Non è un caso quindi che nelle ultime pagine compaia soltanto una (1) mamma, simbolo universalmente ricosciuto della nostra comune ascendenza. Negli Stati Uniti il libro ha avuto un'accoglienza molto positiva. Stabilmente nella bestseller list del New York Times per 18 settimane nel 2008/2009, a settembre di quest’anno è stato inserito nella Oprah’s list dei migliori libri per bambini di 0-2 anni.

 

 

 

 
 
 
 
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