Forse l’amore

Forse l’amore

La città è ancora assopita e tutte le finestre del palazzo proteggono il sonno degli abitanti. Bastano pochi minuti di pace e la sveglia digitale a forma di gattino comincia a far risuonare per tutta la stanza il suo verso giocoso. Svegliarsi alle sette del mattino, stiracchiarsi pigramente, scegliere con cura la maglietta che porta fortuna, oppure quella del colore più rappresentativo dell’umore del giorno. Il rosa forse. Correre giù per le scale e fare la strada sovrappensiero, fino alla scuola. Ripetere ogni fase della sveglia in un’altra casa, in città, in un’altra stanza in cui il pupazzo a forma di giraffa è sostituito da un logoro pallone da calcio, e il fazzoletto da boy-scout da alcune coppe sportive, piazzate nel punto più alto della libreria. Infilare la t-shirt e ricordare di mettere nello zaino i pantaloncini comodi, per l’ora di educazione fisica e la prova di salto in alto. Un lui e una lei. Le lezioni e gli amici, le materie difficili e quelle che vengono più spontanee perché ognuno ha una dote naturale: la matematica per Rossella e il sassofono per lui. La letteratura italiana ha invece un linguaggio talvolta difficile, che deve essere parafrasato secondo il vocabolario di oggi. Anche se quel tanto lontano Francesco Petrarca, in fondo, non ha visto nulla di così diverso, nella sua Laura, da ciò che potrebbe vedere un ragazzo anche oggi: “Ma pur sì aspre vie né sì selvagge/cercar non so ch’Amor non venga sempre/ragionando con meco, et io co·llui”…

Forse l’amore è il quarto titolo della collana Tunué “Mirari”, che in latino significa contemplare con stupore. Più vicino a una storia illustrata che a un fumetto, l’agile libriccino parte da un verso in francese di una delle poesie simbolo dell’adolescenza, I ragazzi che si amano di Jacques Prévert, per raccontarci la giornata di una ragazza e di un ragazzo che per tutta la mattina, per tutte le lezioni, sono l’una lontano dall’altro, fino al dolce momento dell’incontro. Le illustrazioni in acquerello di Sualzo sono come sempre delicate, sensibili, ricche di piccoli dettagli che fanno sussultare il cuore della generazione che ha amato Stand by me (e del film c’è un piccolo, adorabile cammeo fra le pagine del libro). Le immagini raccontano con colori e linee armoniose la storia in versi ideata da Silvia Vecchini, che diventa lo scheletro della narrazione, la pellicola attraverso cui scorrono le due vite in un liceo che potrebbe essere qualunque liceo d’Italia. Pur essendo una storia essenziale per molti tratti, mentre leggevo mi sono trovata a pensare che sarebbe bello se i ragazzi di oggi spendessero almeno parte del famoso Bonus Cultura governativo, che tante polemiche e discorsi ha sollevato, per regalare questo piccolo promemoria alla persona che amano. Un dono in cui riconoscersi, che ha in sé quello ben più prezioso della condivisione di un momento della propria vita cui ogni adulto ripensa ogni tanto con nostalgia: è anche per questo che quelle immagini, vissute attraverso lo stile grafico di Sualzo, semplice e al tempo stesso particolareggiato, ancora oggi sono capaci di tirar fuori così tanta tenerezza e hanno il potere di evocare un ricordo che ha il sapore di “un cinema privato”.



 

 

 

 
 
 
 

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