Il diario di un cacciatore di mostri

Il diario di un cacciatore di mostri
Il 23 gennaio 1912, Gideon Potts, esploratore al servizio di Sua Maestà e professore di Zoologia Straordinaria, mette in piedi una squadra di avventurieri un po’ scalcinata, noleggia un dirigibile “di ultima generazione” e parte per la sua spedizione più pericolosa. Per conto di Re Giorgio V deve catturare mostri da impiegare in battaglia andandoli a pescare in ogni landa del mondo. Dopo il Polo Sud, la giungla amazzonica e il deserto australiano, a bordo dei più improbabili mezzi di trasporto e perdendo lungo la strada buona parte dei suoi accompagnatori, Potts scova infine la creatura che dovrebbe donargli gloria imperitura, un leone alato con la passione per l’enigmistica pronto a svelare al suo scopritore il segreto dell’immortalità. Purtroppo le tracce di Gideon Potts a questo punto si perdono. Del coraggioso esploratore resta soltanto il diario della spedizione, il misterioso Comodone Infingardo e un barile intero di moccio di Moscio Colamoccio…
Il diario di un cacciatore di mostri
si muove nei territori del romanzo “scientifico” di Jules Verne (Ventimila leghe sotto i mari, Viaggio al centro al terra, Il giro del mondo in 80 giorni, per citare i più noti) e dei bestiari fantastici in voga nel Medioevo. Del grande scrittore francese, padre della fantascienza moderna, si ritrovano la fascinazione per l’“inusitato” e lo “straordinario”, le invenzioni e le tecnologie futuribili, i viaggi nei luoghi più esotici e misteriosi della terra. Come nei compendi medievali di animali immaginari e di creature mostruose, nel libro di Stower e Denchfield si fondono il gusto per le mirabilia e la finta scienza (la scienza “coerentemente campata in aria” che si spaccia per vera). Sia i capolavori di Verne sia i bestiari sono però libri seri, nel senso che si prendono sul serio. Il Diario invece conosce soltanto il registro dell’ironia, che non si sforza di nascondere nemmeno un po’. La voce narrante è l’ineffabile professor Gideon Potts, elegante gentiluomo molto british, impeccabile in ogni circostanza, con l’ossessione per la cura dei suoi lunghissimi mustacchi e la totale mancanza di compassione per gli altri membri della squadra (in particolare per il povero maggiordomo Jenkins). La vena splatter del libro (i “contenuti rivoltanti” di cui parla la copertina) farà la felicità dei tanti bambini appassionati: un po’ di sano cannibalismo, l’osservazione scientifica dei detriti umani (cacca e caccole, per essere chiari), un’amputazione di dito con tanto di reperto, alla faccia dei genitori schifiltosi. E poi, sullo sfondo, la messinscena editoriale del diario ritrovato, con i caratteri smangiucchiati, la carta anticata, gli appunti, le liste, le finte fotografie. Last but not least, le cronache di Potts sono un trionfo della cartotecnica applicata. In ogni pagina esplodono trovate sorprendenti, buste e bustine da aprire, flap, prodigiosi pop-up su doppia pagina, mappe, reperti, lettere, c’è persino un flip book allegato (uno di quei libricini da sfogliare velocemente in punta di pollice che creano l’effetto dell’animazione). Piega, spiega, sfoglia, apri, estrai, solleva, il lettore si ritrova così impegnato con l’intero campionario delle azioni riferite alla carta da non far troppo caso alle bellissime illustrazioni di Stower. E questo è un male…

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