Il fazzoletto bianco

Il fazzoletto bianco
Pascola le capre e le mucche, falcia l’erba fin da quando aveva appena sei o sette anni. E va pure a scuola prendendo buoni voti. Non è la necessità che spinge i suoi genitori a fargli imparare il lavoro dei campi: sono le tradizioni di una volta, che in quel villaggio della Transilvania si tramandano ancora di generazione in generazione. Può sembrare una vita dura, eppure è meravigliosa. Ci sono immense foreste e prati dove scorrazzare a perdifiato, ci sono antiche leggende di streghe e vampiri che rendono misteriosa la notte. Il bambino è felice nella sua casa di mattoni blu, in quel piccolo mondo contadino dove la tecnologia non è ancora arrivata. Il papà gli vuole bene, ma picchia duro quando combina qualche ragazzata. Allora lui si nasconde dai suoi amici e ricompare solo quando la mamma mette fuori il segnale di via libera: un fazzoletto bianco. Passa il tempo, il bambino si fa grande e il paese comincia a stargli stretto. Quando dice che vuole andarsene, il padre la prende male: se lo fa, sarà per sempre. Ma questo non basta a fermarlo. Parte ugualmente, solo che si accorge che l’Occidente non è l’Eldorado che sembrava. La nebbia padana si inghiotte i suoi entusiasmi, gli spegne le illusioni. Chissà se a casa c’è ancora qualcuno che lo sta aspettando...
C’era una volta un ragazzo povero che un giorno decise di andare a cercare fortuna. Di regola nelle favole il protagonista giramondo la fortuna la trova davvero e rientra al suo paesello ricco sfondato. Quella di Viorel Boldis invece non è una favola e in Occidente il suo ragazzo avventuroso incontra solo la grama realtà degli immigrati. Allora ripercorre i suoi passi con la paura che la porta della casetta di mattoni blu per lui sia chiusa per sempre. Come successe a Peter Pan, che volò via dalla sua camera e non poté più rientrare perchè la mamma, dopo averlo atteso tanto, aveva sbarrato la finestra lasciandolo fuori, a sperdersi nei giardini di Kensington o nell’Isola che non c’è. Al giovane romeno di Boldis va molto meglio che all’eterno fanciullo di Barrie. La sua, infatti, è una variante attualizzata della parabola del figliol prodigo, rivisitata in un racconto asciutto e poetico con un finale pieno di pathos. Un centinaio di righe in tutto, più che sufficienti però a far capire ai lettori più giovani la condizione dei migranti, le loro speranze e le loro delusioni. A commento del testo, le tavole nero su bianco di Antonella Toffolo - illustratrice di una bella edizione del Pifferaio di Hamelin - che evocano con tratti spigolosi e guizzanti le corse, i giochi, la fuga, il viaggio. Quadri essenziali ed espressivi in cui la spensieratezza dell’infanzia, la voglia di crescere, la nostalgia del passato compongono le tappe di un cammino che porta alla riscoperta delle proprie radici. Per tutti i dreamers dell’altrove che sognano di scappare lontano. E poi decidono di tornare.

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