Il giorno che cambiò la mia vita

Cesare è un bambino un po' gracile e un po’ pauroso. Vive nel centro di  Ferrara con i genitori e un fratellino. Sono i primi anni Trenta del Novecento, la vita della famiglia di Cesare - il padre è un commerciante ben inserito nella vita della comunità ebraica di cui fa parte - è tranquilla e agiata. Cesare frequenta la scuola, che non ama particolarmente. Gli piace invece passeggiare in città con la mamma e giocare correndo attorno al bancone del grande negozio del babbo. Cesare ama molto anche le vacanze, che la famiglia trascorre ogni anno prima al mare e poi in montagna, a Folgaria, insieme a zii e cugini. E proprio a Folgaria, sul finire dell’estate del 1938, Cesare, che ha ormai compiuto otto anni e legge bene, apprende dal quotidiano che è andato ad acquistare per il babbo che gli insegnanti e gli studenti ebrei saranno d’ora in poi esclusi dalle scuole governative e pareggiate. E' il 3 settembre; il bambino capisce che la notizia pubblicata dal giornale riguarda anche lui, che la sua vita cambierà. E, anche se non è mai stato uno scolaro modello, al pensiero di non poter più tornare a scuola, si sente molto triste, ha voglia di piangere. Corre a casa, si rifugia tra le braccia della mamma. E comincia a porre domande agli adulti: perché papà, che nel maggio 1915 è scappato di casa per arruolarsi nell'esercito italiano ed è stato anche ferito nella battaglia di Gorizia, non protesta? Perché non siamo più italiani a causa della nostra religione? Che cosa c'entra la religione con la cittadinanza? Gli adulti, sbigottiti, non hanno risposte. Ma il tempo non si ferma e la vita di Cesare dovrà cambiare...
Il giorno che cambiò la mia vita racconta dunque la storia di un bambino vittima della discriminazione razziale, ancor prima che della guerra. E racconta la storia di un bambino “normale”, che si trova a vivere eventi straordinari eppure rimane bambino, senza che gli stenti e la paura distruggano l’innocenza e l’incanto dei suoi anni. Il romanzo richiama alla mente altri libri nei quali incontriamo ragazzini costretti a fuggire dalla persecuzione antiebraica: Un sacchetto di biglie di Joseph Joffo, innanzitutto, ma anche Ho sognato la cioccolata per anni di Trudi Birger, Quando Hitler rubò il coniglio rosa di Judith Kerr e Una bambina e basta di Lia Levi. Anche nella storia di Cesare troviamo uno spaccato di storia da non dimenticare, quella degli anni del fascismo, delle leggi razziali e della seconda guerra mondiale: il tutto raccontato con stile semplice e piano, come potrebbero fare un nonno o uno zio, così, per caso, una domenica d’autunno. Senza interrompersi, senza strafare, soprattutto senza enfasi, forti soltanto delle parole autentiche della verità semplicemente dichiarata, mai gridata. Ricordi personali, epica bambina, rapporti con adulti talvolta lontani e incomprensibili, talvolta visti come onnipotenti caratterizzano la narrazione di Finzi, come spesso accade per i libri inseriti nella fortunata collana di Topipittori "Gli anni in tasca", che porta lo stesso nome del mitico film di Truffaut (nella versione italiana; il titolo francese era "L’argent de poche"). A chi consigliare la lettura? A chi ama la storia e a chi ama la narrazione in prima persona, l’autobiografia. Ai ragazzi, certo, per la limpidezza e la sincerità del linguaggio del narratore, ma anche agli adulti perché la Memoria è essenziale per tutti.
 

 

 

 
 
 
 
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