Il Mago di Oz

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Dorothy vive in una povera fattoria del Kansas con gli zii. Un giorno un ciclone colpisce in pieno la fattoria sollevandola in aria: in quel momento Dorothy è sola in casa col suo cane Toto. Appena il vento si calma, la casa si posa in un paese che non ha nulla a che vedere con il Kansas: un reame fatato dove vivono strane creature, dominate da due Streghe (erano tre, ma una è morta schiacciata dalla casa di Dorothy quando si è posata a terra) e da un Mago quasi onnipotente, Oz, che vive nella Città Smeralda. Dorothy decide di andarlo a cercare per chiedergli di farla tornare in Kansas...

Sin dalla sua pubblicazione nel 1900 Il mago di Oz di Lyman Frank Baum ha avuto un immenso successo, garantendo al suo autore la sicurezza economica da tanti anni inseguita e gettando le basi per un musical di successo, tre film (tra i quali memorabile quello del 1939 con Judy Garland) e una quantità imprecisata di pièce teatrali. Per non parlare di ben 13 sequel che Baum scrisse (per sua stessa ammissione) con riluttanza, pressato da migliaia di lettere di fans e dalla prospettiva di sontuosi guadagni. Basterebbero forse questi numeri per garantire al romanzo un posto nella storia, ma per fortuna c'è ben altro: la grande novità editoriale di una sinergia perfetta tra testo e illustrazioni (quelle, tra stampa giapponese e Art Nouveau, di William Wallace Denslow), uno stile frizzante, surreale, carico di uno humour spietato che coglie il meglio dell'infanzia, senza le pesantezze quasi gotiche della fiaba classica, e una serie di personaggi davvero indimenticabili. L'Uomo di latta in cerca di un cuore, lo Spaventapasseri in cerca di un cervello e il Leone in cerca di coraggio costituiscono una squadra di 'spalle' tanto azzeccate da oscurare la protagonista Dorothy. Non è da trascurare per molti critici letterari neanche la forte coloritura sociale che si legge in filigrana soprattutto nei primissimi capitoli del romanzo, nei quali si accenna con poche ma efficaci parole alla povertà dei contadini di un Kansas fatto di erba grigia, di terra spaccata dal sole e di distese a perdita d'occhio percorse da devastanti uragani, e nemmeno l'allegoria forse inconscia di un'utopia americana nella quale soltanto la solidarietà tra forze diverse (la tradizione contadina simboleggiata dallo Spaventapasseri e la piccola industra artigianale simboleggiata dall'Uomo di Latta, ad esempio) riesce a guidare verso il futuro. Ma quest'ultima interpretazione appare una delle tante forzature che si sono susseguite nel XX secolo, durante il quale il romanzo di Baum è stato piegato alle esigenze di questa o quella circostanza politica (basti pensare al saggio di S. J. Sackett del 1960 nel quale si descriveva Baum come un precursore della "nuova frontiera" kennedyana). L'edizione 2004 de Il mago di Oz ha la particolarità di essere tradotta da Sara M. Sollors, studentessa liceale sedicenne veneziana, che dà una lettura modernista (con tuti i pro e i contro) dell'opera di Baum, che viene purgata di tutti gli arcaicismi e resa con un linguaggio piano, senza fronzoli, forse più digeribile per le nuove generazioni ma un po' bidimensionale. Ma onore al merito alla giovane Sara che si è cimentata in una simile impresa con la sfrontatezza della sua adolescenza e alla casa editrice Marsilio che è riuscita a trovare una chiave di lettura per riverniciare di novità la riedizione di un classico tanto conosciuto e - meritatamente - amato.



 

 

 

 
 
 
 

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