Il mio maestro Janusz Korcsak

Il mio maestro Janusz Korcsak

Quando Itzchak rimane orfano di padre, ha soltanto quattro anni. La mamma Ester deve, a quel punto, far fronte a tutto e prendersi cura dei suoi sei bambini. Il trasferimento in un appartamento più piccolo è la prima cosa, ma poi una mattina d’estate Ester chiede a Itzchak di indossare i suoi abiti migliori e lo porta a vedere una casa. E non una qualsiasi, un orfanotrofio, anche se al bambino non dice nulla, forse per non spaventarlo. Probabilmente quella di portarlo alla Casa degli Orfani di Janusz Korczak è l’unica soluzione possibile per crescere e diventare un uomo rispettabile. La lista per entrarvi è piuttosto lunga e vi possono accedere soltanto i bambini tra i sette e i quattordici anni orfani di padre o di madre. Inoltre lì dentro può entrare solo un bambino a famiglia. Quel giorno Itzchak, a sette anni compiuti, incontra per la prima volta il dott. Korczak e in quella stanzetta con due sedie soltanto, viene tenuto in braccio proprio dal dottore, al quale si aggrappa per non cadere, approfittando dell’occasione per osservarlo meglio e da vicino, attirato dalla soffice barba e dagli occhialetti. Così, quando la mamma se ne va, dicendogli che se ne starà per un po’ in quella casa, Itzchak non si preoccupa: quell’uomo gli piace e quindi saluta la mamma tranquillamente con un bacio. La prima conoscenza che fa è Yossi, appena qualche anno più di lui. È incaricato di diventare il suo mentore e il responsabile di tutto quello che Itzchak farà da lì in poi, di proteggerlo e di illustrargli la casa e tutto quello che c’è da sapere...

Una testimonianza diretta di chi a scuola del dott. Janusz Korczak c’è stato davvero! Un uomo straordinario, una sorta di Robin Hood che anche se non proprio rubare ai ricchi, di sicuro faceva pagare abbondantemente ai ricchi le sue prestazioni di medico pediatra, per poi poter assicurare assistenza e medicine ai meno abbienti. E accanto a questa modalità di dispensare la sua scienza a difesa della salute, c’era la Casa degli Orfani, dove insieme al dottore operava anche la signorina Stefa, che si prodigava nel curare e coccolare i bambini che erano lì ospitati. Entrambi furono tra le tante persone ebree che, deportate dai nazisti, nel corso della Seconda Guerra Mondiale morirono in un campo di concentramento (in quello di Treblinka, nello specifico), avendo anteposto il benessere dei loro orfani (motivo per il quale restarono in Polonia) al loro sogno di andare a vivere a Gerusalemme. Itzchak Belfer, pittore e scultore, nonché autore di questo libro, in cui ha raccontato la sua esperienza nella Casa degli Orfani, sostiene che l’esempio altruistico di queste persone, ma anche il metodo pedagogico usato nell’orfanotrofio (basato su libertà e uguaglianza, tanto che gli stessi piccoli ospiti gestivano le loro diatribe in una sorta di tribunale interno), vadano salvaguardati dal dimenticatoio e ricordati con costanza, quali esempi di lungimiranza e rispetto, di amore e di condivisione. Un impegno che affida anche ai piccoli lettori, perché ci sia sempre qualcuno che possa tenere in vita la loro storia.



 


 

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