Il nemico

Il nemico
È la guerra. Lo sanno bene i due soldati - due nemici - che vivono da mesi in trincea, soli in due buche scavate nel terreno sullo sfondo di un paesaggio spoglio come un deserto. “Il nemico è là ma non si vede mai”: ecco perché la routine del soldato è identica, giorno dopo giorno. Alzarsi, sparare qualche colpo in direzione dell'altra trincea, aspettare di vedere la sua testa, cosa che non succede mai. Aspettare che l’altro accenda il fuoco per poter cucinare. Chiedersi che fine hanno fatto tutti, se la guerra c’è ancora oppure è finita e tutti si sono dimenticati di lui. E infine, il passare del tempo, la fame e la solitudine, porta il soldato a pensare al suo nemico: starà guardando le stelle anche lui? Avrà fame, si sentirà solo? E infine: sarà davvero così cattivo?

Vincitore di numerosi premi, tra cui Prix littéraire de Plessis Robinson e l’Outstanding International Books USBBY, Il nemico è una favola di una disarmante semplicità ma diretta come poche. Non sappiamo di che guerra si tratti, né chi sono i due eserciti che si stanno scontrando, o in che territorio si sta svolgendo la battaglia. Lasciando fuori ogni riferimento alla realtà, Il nemico si eleva a denuncia contro il concetto stesso di guerra. Ci si uccide in nome di presunte, insuperabili differenze, senza considerare che sono molte di più le cose che accomunano i due soldati: è questo il pregiudizio che si riesce a superare solo quando se si trova il coraggio di uscire dal buco e incontrare l’altro. I due soldati, delineati con linee precise ma sottili e pochi colori, sono immersi in una pagina quasi completamente bianca, per dare risalto all’enorme solitudine del micromondo in cui sono immersi. Una “favola” per bambini certo, ma che porta un messaggio di importanza universale.

 

 

 

 
 
 
 

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