Il piccolo principe

Finire in avaria nel deserto del Sahara può trasformarsi da un incubo nella più importante esperienza della vita. Può capitare infatti di incontrare un bambino con i capelli d’oro che ti chiede di disegnargli una pecora. Un bambino che viene da un pianeta piccolo piccolo, l’asteroide B 612, dove si può vedere il tramonto quarantatre volte in uno stesso giorno; un bambino che spazza con cura i camini dei suoi microvulcani, la cui preoccupazione massima è eradicare i baobab prima che ricoprano il suo pianeta e che ha come unico amico (un po’ stronzetto, diciamolo) un fiore. E può capitare che questo bambino ti racconti il suo lunghissimo viaggio di pianeta in pianeta fino alla Terra e di tutti i personaggi che ha incontrato – re, matematici o volpi – e di tutte le lezioni che ha appreso. La più importante sicuramente sarebbe che “l’essenziale è invisibile agli occhi” e che “si è sempre responsabili di chi si addomestica, rose o amici che siano”. Infine potrebbe anche capitare che quel bambino decida di ripartire e di tornare al suo pianeta, però non partirà mai senza un saluto, anzi: potrebbe anche lasciarti in dono tutte le stelle dell’universo che ridono solo per te...

Una magia, un incanto o più semplicemente un dono. Questo è Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry, aviatore e pilota di guerra lui stesso come il suo protagonista. E anche a lui è toccato un giorno di precipitare con il suo aereo, ma senza poter tornare come invece successo al pilota del suo romanzo più celebre: de Saint-Exupéry è stato abbattuto da un caccia della Luftwaffe nel 1944 al largo del Mar Tirreno, durante una missione di guerra. Morì appena un anno dopo la pubblicazione de Il piccolo principe, uscito prima negli Stati Uniti che in patria, e a quanto pare scritto anche per far capire alla moglie che proprio come la rosa - nonostante tutti i sui difetti - era unica per il piccolo principe perché era “la sua rosa”, così anche lei era unica per lui, perché la sua donna, la sua compagna, perché lei lo aveva addomesticato. I rapporti tra i due infatti non erano proprio idilliaci e si erano appena riavvicinati dopo una separazione di cinque anni. Di certo questo amore è stato reso dall’autore così universale da risultare condiviso almeno da cinquanta milioni di lettori in tutto il mondo. Tante infatti sono a spanne le copie del libro vendute fino a oggi in ben 180 lingue diverse compreso il quechua, la lingua degli inca peruviani. Del resto tutto i messaggi contenuti nel romanzo sono universali e immortali (speriamo). È un libro che regala ai più piccoli semi di “saper vivere” da custodire e coltivare e che ogni volta, a ogni lettura (diciamo che una ogni tre-cinque anni è consigliabile) offre qualcosa di nuovo, una parola che era sfuggita, un racconto trascurato, una riflessione che non eravamo pronti ad affrontare alla lettura precedente. Tutto questo però, purtroppo o per fortuna, solo per chi ha l’animo adatto. Gli altri potrebbero trovarlo noioso (nonostante dopo sessant’anni sia ancora una storia originale), lento (ma bisogna prendersi il tempo per assimilare ogni messaggio, altrimenti non si colgono, non si apprezzano e soprattutto non si fanno propri), stilisticamente semplice e un po’ piatto (ma solo grazie a questo è godibile a ogni età), melenso e sdolcinato (ma appunto se non si ha l’animo adatto per accettare un po’ di romanticismo e di dolcezza). Questo tipo di lettore può anche lasciar perdere, lui non incontrerà mai un piccolo principe nella sua vita, o forse, più semplicemente non saprà riconoscerlo.



 

 

 

 
 
 
 

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