Il raffreddore di Amos Perbacco

Il raffreddore di Amos Perbacco
Come ogni mattina, Amos Perbacco (un allampanato signore in là cogli anni, un sorriso soddisfatto perennemente stampato sulla faccia) si sveglia, indossa l'uniforme, carica l'orologio e mette il bollitore sul fornello per il  tè. Poi va alla fermata e aspetta l'autobus “5” che va allo zoo. Amos lavora lì e ha sempre molto da fare, ma non dimentica mai di giocare a scacchi con l'elefante, di fare le corse con la tartaruga; poi fa compagnia al timido pinguino, asciuga il naso del rinoceronte raffreddato, e al tramonto legge una storia al gufo che ha paura del buio. Un giorno però il guardiano premuroso e servizievole non può essere d'aiuto a nessuno, anzi, per una volta, è proprio lui ad averne bisogno. Amos si è beccato un bel raffreddore ed è costretto suo malgrado a restare in casa. Nel frattempo allo zoo cresce la preoccupazione dei suoi amici animali che, stanchi di attendere, decidono di andare a fargli visita. E così,  tartaruga,  gufo,  punguino,  elefante e  rinoceronte, dopo aver lasciato indisturbati il giardino zoologico, aspettano diligentemente il “5” e piombano in casa del caro vecchio Amos che, non preoccupatevi, non tarderà a rimettersi in sesto...
Il raffreddore di Amos Perbacco è  il primo libro illustrato da Erin Stead, da una storia scritta dal marito autore-disegnatore Philip (al quale somiglia tra l’altro in modo impressionante…) e, quanto a riconoscimenti, non si è fatto mancare quasi niente: ha vinto la Caldecott Medal, è stato inserito nella lista del New York Times dei migliori albi illustrati del 2010, e in quella di Publisher Weekly dei migliori libri per bambini. Buona parte del merito bisogna cercarlo proprio nelle delicate illustrazioni di Erin che esaltano una storia poetica ed esile sull'amicizia e l'amore per gli animali. Una  tecnica originale fatta di matite, tavolette di legno, scalpellini e rulli inchiostrati (http://steadtestblog.files.wordpress.com/2011/11/erin-stead-bio1.jpg per una serie di foto dell’illustratrice al lavoro). Il risultato è sorprendente, col  tratto lieve ma espressivo della matita della Stead che segna i contorni, e i soggetti e gli elementi colorati nettamente in primo piano (come in una serigrafia) con tutta la matericità e la variabilità della superficie rugosa del legno. In questo modo le immagini costruiscono un caratteristico stile narrativo: è come se i colori accendessero, sugli sfondi quasi sempre bianchi, le parti di realtà a cui il racconto dà vita. Un piccolo grande albo per palati fini e bimbi dolci e indipendenti.

 

 

 

 
 
 
 
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