L’anno in cui imparai a raccontare storie

L’anno in cui imparai a raccontare storie
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È l’autunno del 1943. In Europa imperversa la Seconda Guerra Mondiale. Sull’altra sponda dell’Atlantico, negli Stati Uniti d’America, non si combatte casa per casa, non si sganciano ordigni mortali dal cielo, e tuttavia la guerra si fa ugualmente sentire: tanti giovani militari sono partiti a combattere contro i nazisti in Europa e molti hanno perso la vita. Anche per questo, gli americani di origine tedesca cominciano ad essere malvisti, divengono oggetto di odio manifesto. È proprio in questo 1943 dal clima incerto e burrascoso che Annabelle, di quasi dodici anni, impara a mentire: “E non mi riferisco alle piccole frottole che raccontano i bambini. Intendo proprio vere bugie, alimentate da vere paure”. A scuola, infatti, è arrivata Betty, una ragazzina più grande di lei, dall’aspetto ingannevolmente angelico, ma dal cuore malvagio e dall’espressione dura. Annabelle diviene il bersaglio preferito delle angherie di Betty. Ma non è la sola, anche i suoi fratellini Henry e James finiranno con l’essere presi di mira. Quando i tre si recano a scuola, la mattina, dall’alto, al limitare del bosco, c’è qualcuno che li osserva. È Toby, uomo solitario e taciturno, al quale Annabelle è affezionata, nonostante tutti in paese diffidino di lui, perché povero e marginale. Quando Ruth, la migliore amica di Annabelle, è gravemente ferita a un occhio da una pietra lanciata con forza da lontano, Betty la bulla accusa il povero Toby. Comincia allora per la nostra protagonista la lotta per affermare la verità…

L’anno in cui imparai a raccontare storie può essere considerato sia romanzo di formazione, che psicologico, che giallo. L’esordio, in un ambiente rurale non privo di fascino, coinvolge il lettore e ne suscita la simpatia nei confronti sia della protagonista e della sua famiglia che di Toby, l’emarginato. Mentre il racconto progredisce, traspaiono diverse tematiche: l’opposizione tra menzogna e verità in un contesto dominato dal disagio e dalla paura; quella fra tollerenza e intolleranza nei confronti di “nemici” reali o immaginari contro cui si appuntano il pregiudizio e la maldicenza collettive; quella tra l’essere ‒ nascosto e difficile da individuare ‒ e l’apparire, manifesto ma spesso ingannevole; quella del dialogo fra il mondo dei preadolescenti e quello degli adulti, alcuni dei quali sono percepiti come indifferenti o lontani. Nella narrazione, poi, non manca l’aspetto dell’indagine poliziesca, un filone giallo che si apre con la scomparsa di Betty, quando per ritrovarla si mobilitano tutte le energie e tutte le intelligenze del paese. Rimangono tuttavia aspetti irrisolti, o appena accennati, specie nella soluzione finale, rispetto all’approfondimento della psicologia e della storia personale di un paio dei protagonisti, quelli sui quali si appuntano le maggiori attenzioni della narratrice: Betty e Toby. Nel momento dell’epilogo il lettore vorrebbe conoscerli di più, sentirseli raccontare più compiutamente, anche per comprenderne meglio le azioni.



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