L’isola di Cicero

L’isola di Cicero
Cicero lascia l’isola, la sua isola. I genitori hanno deciso di trasferirsi per sempre in una grande città sulla terraferma e lui li deve seguire. Ma lascia dietro di sé una scia di ricordi, di nostalgie, di avventure e di affetti. Dal ponte della nave vede uno per uno i volti di chi ha amato, i luoghi dove ha giocato e dove ha imparato a crescere. Ecco laggiù l’albero delle arance, le cui radici tengono insieme tutta la terra dell’isola e il cui profumo si spande nell’aria leggero e penetrante. Là ci sono i mozziconi di strade dove ha passeggiato ogni notte, con gli occhi chiusi e le mani in avanti, come un pianista; la mamma a volte lo seguiva, preoccupata per il sonnambulismo, ma lui sapeva di essere fortunato: quanti hanno il privilegio di essere nei loro sogni? Ma soprattutto vede i volti dei salmastri, di tutti coloro che vivono lì e sono imbevuti di vento di mare. La signora Palmina, il dottor Orlando, Cosimo con le sue grandi tele di frutta e trombette, Pierone con quel suo tic che sembra ti dica sempre di no, e Vito, il suo caro amico che ora piange senza vergogna. Manca Zita, bella come una principessa indiana: lei che ora non c’è più, se n’è andata di notte e ha lasciato dietro di sé dolcezze e nostalgie. Lei, che accarezzava con un fremito la pelle lucida e nera della balena Zarina e che sembrava le parlasse. Lei, che sapeva snocciolare poche parole per volta. Zita è scappata e ora anche l’isola sta scappando. Ma l’isola c’era, e quindi sempre ci sarà.
Toccante, delicata, profonda. Una storia come non se ne trovano molte in giro, così semplice e complessa al tempo stesso. Non è un caso che l’editore abbia scelto di pubblicare questo testo all’interno della collana “Storie molto speciali”, scoprendo la tenera forza di cui questo racconto è ricco. Antonio Ferrara scava con le parole nella profondità dell’anima di un ragazzino, che sa farsi molto più grande e saggio della sua età e trova il coraggio di salpare e maturare. Nella sua ingenuità ha capito cose che spesso nemmeno gli adulti riescono a comprendere fino in fondo: il valore della vita, la bellezza della natura, i rapporti fragili e delicati tra gli esseri viventi, la dolcezza delle piccole cose. E giorno dopo giorno ama l’isola, la scopre, la vive. Forse sono ricordi d’infanzia dell’autore, di lui che è nato poco lontano da Napoli e che ha vissuto l’infanzia a contatto col mare. O forse è solo immaginazione, ma così vivida e reale che sembra anche a noi di respirare a pieni polmoni l’aria profumata dell’isola. Con uno stile impeccabile, al limite della poesia, e con parole esatte e ben tornite Ferrara mostra tutta la sua maestria nel dipingere sentimenti e paesaggi non solo coi pennelli, ma anche con la penna. Al testo si accompagnano le stupende illustrazioni di Paolo Domeniconi, che si prestano perfettamente a interpretare i vividissimi ricordi di Cicero. Nella loro limpidezza queste tavole potrebbero ricordare gli spazi tersi di Abul Abbas. Elefante imperiale di Gianni De Conno, mentre nella loro atmosfera marina, un po’ da sogno, richiamano alla mente Giordano del faro della Marcolin (pur con differenze insormontabili). I suoi personaggi sembrano costruirsi con la materia delle nuvole, sfumati e solidi allo stesso tempo, illuminati da un sole caldo che colora tutto di luce. Bellissima la tavola della balena, che nel bel mezzo del libro si apre a sorpresa tra le pagine, quasi uno spettacolo segreto a cui il lettore ha avuto il privilegio di partecipare, silenzioso, senza disturbare. Dopo L’isola del tesoro, L’isola in via degli uccelli o Vacanze sull’isola dei gabbiani, ancora una volta l’atmosfera eterea e fuori dal tempo di una terra in mezzo del mare ci regala sogni ed emozioni inaspettati e preziosi.

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