L’occhio del lupo

L’occhio del lupo
Uno zoo. Da molto tempo il ragazzo è bloccato davanti al recinto del lupo, guarda di continuo l’animale nell’unico occhio aperto, giallo è rotondo, l’altro è chiuso. Il lupo era stato catturato dieci anni prima, la lupa che gli faceva compagnia è morta da una settimana e il ragazzo immobile continua a fissarlo per giorni e giorni mentre trotta, pensa (non agli uomini) e sta per i fatti suoi. Finché il lupo non decide di ricambiare lo sguardo. E il ragazzo comincia a vedere nella pupilla nera dell’animale la storia di Lupo Azzurro. Viveva in Alaska nel Grande Nord canadese, la mamma si chiamava Fiamma Nera e aveva procreato sette lupacchiotti; cinque con il pelo rosso, lui con il manto azzurro, saggio e poco giocoso, l’ultima, la settima, con il pelo dorato, Paillette. Il padre Grande Lupo era morto. Il Cugino Grigio faceva la sentinella e li aiutava a fuggire dai cacciatori, riparandosi nelle tane delle volpi. Prima gli uomini trovarono la vecchia nonna, uccidendola, poi si misero a braccare il resto della famiglia attirati da una preziosa pelliccia d’oro. Paillette si annoiava, rideva tanto, era distratta. Una sera la presero e lui intervenne; lei scappò e lui restò prigioniero e con un occhio solo. Girò di zoo in zoo, finché arrivò nella sua gabbia anche Pernice, allegra e ciarliera, gli raccontò che aveva conosciuto una lupa grandissima, Paillette, il cui pelo si era spento dopo la partenza del fratello. Ora Pernice è morta e Lupo Azzurro accetta di diventare amico del ragazzo, che ha chiuso anche lui un occhio. In quello aperto scopre che si chiama Africa N’Bia e vede tutta la sua storia meravigliosa e pericolosa in Africa.

Occorre ringraziare i propri figli per averci fatto leggere a voce alta romanzi belli come questo, più volte per ciascuno, in anni passati (e Michele per avermi aiutato anche ora). Daniel Pennac (francese nato Pennacchioni a Casablanca nel 1944) è stato a lungo insegnante in scuole complicate, ha svolto il delicato amorevole mestiere di padre, risulta un famosissimo scrittore fin dai tempi del mitico capro espiatorio Benjamin Malaussène (1985-95 in Francia, 1991-95 in Italia). In parallelo narrava anche deliziose avventure per ragazzi, quelle della serie di Kamo, altre come Abbaiare stanca e questa del 1984 (1993 in Italia), ben illustrata (in bianco e nero) da Paolo Cardoni. L’intensa silenziosa comunicativa amicizia fra i due protagonisti è ricca di delicatezza e di cultura non antropomorfa. I pellegrinaggi per l’Africa, gialla la desertica, grigia l’arida, verde la tropicale; le qualità affabulatorie del ragazzo, fin da bimbo; i tanti animali incontrati, prede e predatori in ogni ecosistema; la loro immagine dell’Altro Mondo (il nostro, “civile”) ci dicono che spesso la realtà umana non merita nemmeno di essere guardata, seppur solitaria l’osservazione sincera può rivolgersi altrove, l’accettazione coerente e sincera dell’altro è premessa indispensabile di ogni pacifica comprensione sociale e sano legame affettivo. Si tratta di quattro capitoli di diversa lunghezza, con pochi o tanti brevi paragrafi al proprio interno: il loro incontro, l’occhio del lupo, l’occhio dell’uomo, l’Altro Mondo. Un libro davvero significativo e struggente, per tutte le età.

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