L’ultimo canto

L’ultimo canto
Il gallo di Filiberto e Sacramento non è certo un gallo comune. Non solo perché tutto il paesino da anni e anni si sveglia solamente al suo canto, ma perchè proprio quel suo canto non è un banale chicchirichì, ma un’ispirata aria da tenore: tutte le mattine il gallo di Filiberto e Sacramento sale sul campanile dove ha ormai sostituito la vecchia campana e non appena sorge il sole, intona, con autentico trasporto “ Ooooo soooole miiiiio …!”. Come un vero e proprio rituale la performance del gallo tenore ridesta tutto il paesino, fiero di avere un gallo tanto speciale. Ma, si sa, “la vita, con le persone e con i galli, fa quel che pare a lei”: il gallo diventa grande, poi via via sempre più vecchio, finchè una notte chiude gli occhi e non li riapre più. È sul campanile, come addormentato, con la sua Clotilde, una delle galline di Evaristo, al fianco. Che fare? Dopo il cordoglio generale, tutto il paesino col cuore colmo di gratitudine a rendergli omaggio, bisogna ora trovare un degno sostituto a quel gallo straordinario. Si fa avanti una formica, ma il suo canto, magari anche superlativo, è così debole che nessuno riesce a sentirlo. Come potrebbe svegliare tutto il paesino? Poi arriva il turno del grillo del signor Giacomo, della mucca di Evaristo, del signor Giacomo in persona, stonato più di una campana; ma nessuna soluzione sembra quella giusta. E così il paesino si rassegna a ricorrere ai metodi tradizioni: riportare sul campanile la vecchia campana. Ma inaspettatamente quella mattina, al primissimo affacciarsi del sole, un canto stupendo si diffonde per le vie del paesino, degno di quello del compianto gallo tenore. Chi è quel giovane galletto dritto e impettito sul campanile?
Lo scorrere lieto del tempo, ma anche la possibilità della perdita di figure care, sono le tematiche al centro del racconto dello spagnolo Pablo Albo, affermato scrittore di libri per i più piccoli. A fare da cornice la vita di un paesino come forse non ce ne sono più, che ancora si sveglia al canto di un gallo, abitato da personaggi solo brevemente accennati, ma che creano un’atmosfera di grande serenità. Fondamentale in questa direzione il contributo delle illustrazioni di Miguel Ángel Díez, riuscitissime nella composizioni dei paesaggi (degna di nota la composizione centrale con il corteo che rende omaggio al gallo tenore sullo sfondo e in primo piano, a incorniciare il testo, grandi lenzuola stese ad asciugare), ma che proprio nell’illustrazione troppo antropomorfa del galletto protagonista non risulta molto convincente. Un po’ di perplessità nasce anche dalla scelta di mescolare il messaggio relativo alla morte e alla sua accettazione con l’insegnamento dei giorni della settimana che scandiscono i tentativi di rimpiazzare il gallo scomparso (partendo dal lunedì, il giorno del funerale): certo il tempo, il susseguirsi dei giorni e la loro cadenza regolare non si fermano di fronte ad un lutto, ma, forse, anche se si tratta di una fiaba, si poteva evitare di confondere i due piani.

 

 

 

 
 
 
 
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