La foresta dei pigmei

La foresta dei pigmei
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Mentre Kate, Alex e Nadia sono ancora a Tunkhala (la capitale del Regno del Drago d’oro), l’International Geographic contatta la sua inviata chiedendole di andare in Africa, per recensire un nuovo tipo di safari che si svolge in sella ad un elefante. Ovviamente, Alex, Nadia e la sua scimmietta Borobà però non la lasciano certo partire da sola: ecco che in poche ore i quattro si ritrovano a godersi una meritata vacanza dopo le peripezie degli ultimi giorni. Il safari si rivela tranquillo, ma proprio al momento di ripartire, sbuca fuori dal nulla un missionario – tale Fratel Fernando ‒ che chiede il loro aiuto: deve recarsi tra i Pigmei, nella foresta equatoriale del Congo per salvare i suoi due compagni scomparsi in un villaggio governato dallo sciamano Sombe, dal re Kosongo e dal generale Membelé. Ad guidarli nella traversata aerea accorre Angie Ninderera, giovane ed esperta aviatrice che però non si mostra troppo convinta nel portare il gruppo nella foresta equatoriale. In effetti il suo velivolo non trova alcun posto in cui atterrare, fatta eccezione per una piccola spiaggia lungo il fiume, che però non si rivela abbastanza lunga. Eppure quella è l’unica soluzione, ma, malgrado tutti gli sforzi della pilota, il piccolo aereo ha la peggio e perde un’elica, lasciando Alex, Nadia, Borobà, Kate, Angie e Fernando in mezzo al nulla, senza sapere dove andare...

L’ultimo capitolo di Le Avventure di Aquila e Giaguaro si svolge nella foresta equatoriale congolese, chiudendo con l’Africa un cerchio che abbraccia America e Asia, location dei precedenti romanzi della saga. Rispetto a questi, La foresta dei pigmei presenta alcune differenze: in primis il nemico da affrontare non è “importato” dall’estero, ma bensì autoctono, inoltre il romanzo in sé è più corto, meno strutturato e meno complesso nel suo svolgimento. Tuttavia rimangono stabili alcune peculiarità riscontrabili nel corso di tutta la trilogia: l’eterna lotta tra bene e male, in cui il primo è apparentemente più debole, più arretrato tecnologicamente, più rispettoso della natura, ed il secondo è potente, avido ed anche arrogante. Una sorta di Davide contro Golia ambientato in luoghi esotici, insomma. Non manca poi la presenza di un oggetto magico dal potere curativo, ma soprattutto, a farla da padrone sono ancora Alex e Nadia, i due ragazzini che personificano la bontà, la naturalezza, la genuinità ed il valore dell’amicizia. Isabel Allende, che ha vissuto in primissima persona in Cile la violenza del colpo di Stato del ‘73, si permette di farsi gioco della forza, della violenza e della brutalità opponendo la gentilezza, il dialogo e la comprensione, valori che sono alla base di qualsiasi educazione. Insegnando ai bambini a “parlare ed ascoltare con il cuore” si può forse davvero sperare in un futuro più luminoso. Più che nelle parole in sé, la forza di questo romanzo ‒ e, per esteso, di tutta la trilogia ‒ risiede quindi nel messaggio educativo che la scrittrice ha voluto far passare. E quando di un romanzo è l’insegnamento la prima cosa a colpire, significa che l’autore ha colpito dritto al cuore.



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