La gallina che sognava di volare

La gallina che sognava di volare
Una volta raggiunta la rete metallica che chiude la stia, l’uovo si ferma. È pallido, ed è chiazzato di sangue. Gemma lo guarda. Erano due giorni che non riusciva a deporne, e ha pensato in tutta onestà di non essere più capace di farne. Invece, eccolo lì. Un uovo. Uno solo, però. Unico, piccino e triste. Gemma pensa che così non si possa più andare avanti, e si chiede se la moglie del fattore l’avrebbe preso. D’altro canto, continua a dirsi, ha raccolto tutti gli altri. Certo, si è lamentata tutto il tempo perché ogni giorno che passa sono sempre più piccoli, ma li ha raccolti. Non avrebbe lasciato il suo solo perché era un po’ bruttino, giusto?...
Una delle caratteristiche principali che ti fanno studiare della poetica dantesca quando ti ritrovi nella selva oscura delle terzine di endecasillabi concatenati da rime petrose da mandare a memoria è la dimensione dell’allegoria, ossia la realtà metaforica per cui ogni cosa è simbolo di un’altra. Anche questa storia è un’allegoria. È un romanzo per bambini, ma forse piacerà – o meglio, servirà – più ai grandi, per ricordarsi delle priorità. Quelle vere, non quelle artificiali. Delicatissimo e lirico, anche se in prosa, parla di solitudine, libertà, desideri, speranze, difficoltà. Parla della vita. E dà assolutamente torto a Cochi e Renato. La gallina è un animale intelligente. Eccome.

 

 

 
 
 
 
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