La governante

La governante
I duelli sono una cosa seria, per questo il signor Tapinois si prepara alla sfida del giorno dopo nel salotto di casa. Tutto liscio, se non fosse che, invece di colpire l'obiettivo, il signor Tapinois centra in pieno la sua governante. Un po' contrariato va a mettersi seduto sulla sua poltrona: chi gli servirà la colazione domani mattina? E chi gli luciderà le scarpe? Certo, se qualcuno scoprisse che la sua governante è stata uccisa da una pallottola vagante tutti insinuerebbero che dietro l'accaduto c'è un movente passionale. Perciò, per precauzione, il signor Tapinois nasconde il cadavere dentro un vecchio baule, sistema lucchetti e catenacci e va a farsi una passeggiata distensiva fino al bar, ma la sua (ex) governante non ha nessuna intenzione di rimanere chiusa dentro il baule, nonostante sia morta stecchita...
Al “Le Chat Noir”, storico locale parigino di cabaret a Montmartre, avreste potuto incontrare il poeta Paul Verlain e il compositore Claude Debussy, ma anche un certo umorista che, mentre sbevazzava assenzio, fulminava gli sprovveduti avventori con caustiche battute di spirito: il suo nome era Edouard Osmont, meglio conosciuto come Blaise Petitveau. Con questo pseudonimo l'autore – oggi caduto nel dimenticatoio – de La governante (sottotitolo: Allegra storia di un cadavere devoto) firmava le sue storielle umoristiche e dissacranti, basate su fatti di cronaca, sui giornali e sulle riviste parigine di fine Ottocento. Proprio come il breve racconto illustrato dai bei disegni di Sara Gavioli (classe 1983, al suo esordio come illustratrice). Le tavole, tutte in bianco e nero tranne per qualche schizzo rosso sangue ogni tanto, sembrano riflettere la mentalità borghese del protagonista di questa storia, il signor Tapinois: spigoloso, quadrato, a una dimensione. Proprio come le tavole, che traspongono in una atmosfera cupa e sognante (da incubo) le labirintiche visioni del protagonista, che vede la sua defunta (o quasi) governante spuntar fuori dappertutto, persino dal suo orologio da tasca o da dietro una parentesi tracciata dall'inchiostro della sua penna. I personaggi, caratterizzati da un tratto deciso e definito, si muovono – al contrario – in ambienti che si confondono con la pagina, dai contorni più sporchi e sfumati che rendono bene l'idea della realtà allucinata, del tutto personale, del panciuto protagonista. Un divertissement che gioca sul meccanismo della ripetizione e che fa il verso ai racconti di genere (il noir, in questo caso) scoperchiandone suoi meccanismi in un finale che fa la boccaccia al lettore, ovvero al cittadino borghese di fine Ottocento e, grazie a Orecchio Acerbo, anche al cittadino borghese (si può dire?) di questo inizio millennio.

 

 

 

 
 
 
 
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