La stagione delle conserve

La stagione delle conserve

Ratchet vive in un seminterrato e la notte le sembra di non sentire altro che i lombrichi che mangiano la terra. La mamma è sempre troppo stanca per qualunque cosa, ma grazie a Dio c’è l’Hunt Club: unica promessa di un futuro migliore per entrambe. Per il momento l’Hunt Club rimarrà un sogno: quello che Henriette ha in mente per l’estate di sua figlia, infatti, è di mandarla decisamente lontano, dalle due strambe zie che vivono in mezzo ai boschi e al di là di una barriera di orsi. E Ratchet, di buon grado come sempre, si adatta. Si adatta al lungo viaggio, alla partenza distrattamente senza valigia, ai pasti del tutto irregolari, a provare a nuotare con maglione e tutto pur di nascondere come raccomandato Quella Cosa sulla schiena, alle allusioni frequenti al suicidio spettacolare della madre di zia Tilly e zia Penpen, alle montagne di mirtilli ammuffiti in giro per la casa, a un telefono che funziona solo in un verso… Ma a movimentare l’estate delle strambe signore Menuto arriva anche Harper, quasi coetanea di Ratchet ma di carattere opposto. Che sia stato il destino, il caso o l’inconscio collettivo a portarla a Glen Rosa le zie accolgono anche lei: in casa lo spazio e il lavoro da fare di certo non mancano.

 

La stagione delle conserve è un titolo evocativo quanto (volutamente) fuorviante: a casa delle strambe Menuto l’atmosfera è davvero quella di una campagna sospesa in un passato in cui perfino la biblioteca pubblica sembra una follia dei tempi moderni (figuriamoci internet o la carta di credito) ma quasi mai è il tono bucolico quello prevalente. Le zie sono strambe davvero e gli altri personaggi non lo sono di meno: donne che a malapena sopportano figlie e nipoti o che, addirittura, decidono di suicidarsi tagliandosi la testa; medici a cui si allunga un braccio pur di salvare una persona; nuore che hanno sempre – ma davvero sempre – voglia di avere l’ultima parola… La morte può essere un argomento quotidiano, non meno dei costumi da bagno da comprare a due tredicenni, ma ci vuole molto più tempo a trovare la voglia e la capacità di superare l’isolamento, di comprendere e accettare che le persone che dovrebbero amarci di più possano ferirci più delle altre, di smettere di prendersi la colpa per cose che non dipendono da noi. Eppure la riflessione sulla famiglia non passa per il sentimentalismo: è la straniante logica delle due vecchie nei confronti di una giovane e dell’altra giovane nei confronti delle due vecchie che crea il riuscitissimo, ironico grottesco che è la cifra del libro. Protagoniste non meno delle due zie e delle due ragazze sono le storie che incessantemente fluiscono dalla memoria e dalla quotidianità traballante dei personaggi. Non c’è un solo modo di affrontare le cose, non è mai prevedibile chi siano le persone più adatte ad accoglierne altre e non c’è un’età giusta per cambiare.

 


 

 

 

 
 
 
 

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