La storia infinita

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È una fredda e piovosa giornata di novembre. La porta di una piccola libreria antiquaria e d'occasione si apre con un lieve scampanellio e fa il suo ingresso un tipo di visitatore insolito per il genere di esercizio commerciale e molto poco gradito dal libraio, il brontolone Carlo Corrado Coriandoli. Si tratta di un ragazzino grassoccio di forse dieci o undici anni, con il cappotto fradicio di pioggia e una cartella di scuola sulle spalle. Si chiama Bastiano Baldassarre Bucci (che strano, entrambi hanno un nome composto da tre parole che iniziano per la stessa lettera!), ama i libri e la solitudine ed è tormentato dai compagni di scuola, che ne fanno bersaglio di continui scherzi volgari e violenti. È orfano di madre da anni, suo padre è un odontotecnico serio e taciturno che non è mai riuscito davvero ad aprire un canale di comunicazione col bambino. Squilla il telefono della libreria, e Coriandoli va nel retro per rispondere. Bastiano nemmeno sa perché lo fa, ma fremendo di vergogna ed eccitazione prende dalla scrivania il libro che il libraio aveva sulle ginocchia quando lui era entrato, un affascinante volume rilegato di seta color rubino cupo, con in copertina una specie di stemma ovale fatto di due serpenti intrecciati che si mordono la coda e intitolato “La storia infinita”. Lo prende e fugge dal negozietto, corre verso scuola ma non va in classe, si reca in una soffitta polverosa piena di suppellettili vecchie: qui si siede e inizia a leggere, col cuore in gola, la storia di un reame fatato chiamato Fantàsia che sta attraversando un grande pericolo. Intere regioni spariscono, come ingoiate dal Nulla, e innumerevoli messaggeri provenienti dalle zone più remote ora stanno convergendo alla Torre d'Avorio per chiedere aiuto all'Infanta Imperatrice...

Diviso in 26 capitoli, tanti quante le lettere dell'alfabeto tedesco – riprodotte ognuna all'inizio di ogni capitolo dall'artista Antonio Basoli come in un sorta di codice miniato – La storia infinita è un esempio sopraffino (e tra i più celebri) di metalibro, dato che il romanzo e il libro che ne è il protagonista non solo hanno lo stesso titolo, ma man mano si intrecciano, si fondono in un gioco di scatole cinesi che rappresenta il vero valore aggiunto di una trama che presa di per sé non è certo rivoluzionaria. Il plot è imbevuto di riferimenti al pensiero antroposofico che sin dalla gioventù è stato un punto fermo del bagaglio culturale e filosofico dello scrittore tedesco, percorso dal consueto disprezzo per la tecnologia e la tecnocrazia che si ritrova in molte altre opere di Ende e incentrato attorno alla minaccia del nichilismo (il Nulla che inesorabilmente ingoia Fantàsia) che pare travolgere il mondo delle fiabe, delle leggende, della fantasia e della creatività, del sapere non allineato, dell'irrazionale. Pochi sanno che La storia infinita è stato scritto a Genzano, nei pressi di Roma, dove l'autore ha a lungo abitato - dopo alcuni anni nella capitale (tornò nella natia Germania solo a metà degli anni '80, un decennio prima della sua prematura scomparsa). Tutti sanno invece che del romanzo esiste una riduzione cinematografica, un vero blockbuster datato 1984 (che ha anche originato una saga di molta minor fama) che però Michael Ende ha sempre giudicato a dir poco con estrema severità: «Auguro la peste ai produttori. Mi hanno ingannato: quello che mi hanno fatto è una sozzura a livello umano, un tradimento a quello artistico». Invano l'autore fece causa alla produzione prima per far ritirare la pellicola dalle sale e poi perché fosse almeno eliminato il suo nome dai titoli di testa: i tribunali gli hanno sempre dato torto. I milioni di lettori che continuano ad acquistare La storia infinita (e le decine di editori che lo ristampano) dopo più di trent'anni invece continuano a rendergli giustizia.



 

 

 

 
 
 
 

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