Quelcheconta

Quelcheconta
Quelcheconta è un postino con una scarpa, due occhiali, tre orologi e quattro borse di pelle. Con la sua bicicletta distribuisce la posta a dieci paesi dei dintorni, lavorando undici ore al giorno, dodici giorni alla settimana e tredici mesi all’anno. Sono sedici giorni che è stato assunto al Diciassettesimo Corpo Nazionale dei Postini a Pedali e tra poco, poiché ci sarà la grande festa nazionale, sarà attorniato da ventitré persone che canteranno con fervore l’inno patriottico. Ma lui non sa ancora che dovrà consegnare ventisette biglietti di condoglianze per la rivoluzione popolare che fu repressa tanto tempo fa. Non sa che dovrà consegnare ventidue ingiunzioni di sfratto. Non sa che diciannove ragazze di diciotto anni aspettano le lettere dei loro fidanzati partiti per mare. Non sa ancora della protesta dei tredici pasticceri che attendono i dodici sacchi di zucchero, mai arrivati. Cosa farà per loro il postino Quelcheconta?...
Giocare con le lettere e i numeri è da sempre uno dei leitmotiv che guidano la letteratura per ragazzi e le librerie pullulano di albi che pretendono di insegnare divertendo. Ma l’albo di Orecchio acerbo è molto, molto di più. Lo si capisce fin dalla copertina rossa, così dirompente e raffinata allo stesso tempo, con la figura dello strampalato postino a cavalcioni di un monociclo di nove raggi, graficamente numerati. Con la sua aria bizzarra ma rassicurante, ci sentiamo autorizzati ad aprire il libro e a seguirlo per le strade del paese. Scopriremo perciò che, nonostante la sua aria serena, il suo non è poi un paese così felice: è vero che donne, vecchi e bambini sventolano la bandiera nazionale, marciando in un corteo quanto meno ordinato, con aria determinata e sicura di sé. Ma volta la carta e si vede un carro armato. Si vede un uomo stanco di lavorare. Si vedono gruppi di fanciulle piangenti e poliziotti autoritari. Come in una scala musicale, seguiamo in salita i numeri del postino, da uno a trentatré, e poi, in discesa, torniamo indietro fino a uno. Ma quest’uno che dovrebbe essere piccolo, insignificante, è in realtà il desiderio più bello e più sacro che solo uomini umili, come il nostro postino, possono pensare: avere un mondo felice (come non pensare al postino interpretato da Massimo Troisi?). E così si svela il gioco di parole sul verbo “contare”: in una società di capitalisti, dove contare significa sempre e solo un accumulo di oggetti, di denaro, di assegni a più zeri, finalmente questo verbo riprende in sé anche il suo significato figurato di stima e valore. “Cum putare” diventa davvero un “pensare insieme”, alludendo al pensiero della comunità riassunto dal postino sognatore.

 

 

 
 
 
 
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