Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà

Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà
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La carovana ha perso il cucciolo di cane, un buon esemplare di pastore possente e robusto. Rotola via dalla cesta in cui si trova coi fratelli. Sulla neve, non fa rumore. Lo raccoglie un giaguaro e lo deposita davanti alla casa di Wenchulaf, un capo Mapuche. I cani non abbaiano davanti alla fiera. Segni. Tutto ciò che Ngünemapu - lo spirito della terra - dà, bisogna accoglierlo - dice Wenchulaf - ed il cucciolo è affamato e infreddolito. Lo tiene con sé, un componente nuovo nella famiglia composta dalla figlia e dal nipotino Aukamañ di cui il cucciolo, Aufman, diventa fidato compagno. I due cuccioli, uomo e cane, crescono insieme in perfetta armonia con la Pachamama. Rispetto e fedeltà. E vita semplice finché al villaggio non arriva gente cattiva reclamando il territorio come proprio. Bisogna sbancare, livellare, asfaltare. Strade e ferrovie. Non c’è posto per i Mapuche nella costellazione del progresso. Non c’è posto per il loro equilibrio, per la cura con cui trattano la terra sulla quale vivono. Wenchulaf è colpito a morte, rapito il cucciolo di cane, dispersa la gente del villaggio, gettato il seme della giustizia nel cuore di Aukamañ separato per sempre dal nonno e dal suo amico. I cattivi lo sanno e lo sa anche il cane che non dimenticherà mai chi lo ha accudito e cresciuto. Neanche adesso che i cattivi lo picchiano e lo aizzano affinché trovi tracce del ragazzo che si è sollevato col suo popolo contro di loro. Il suo ragazzo, ferito e vagante per i boschi che è sbucato all’improvviso con il poncho rosso e nero, i colori della nobiltà, a portare scompiglio nell’accampamento, a ricordare ai cattivi che la dignità non si baratta con alcunché. E se una ragione c’è per ritrovarlo, se uno scopo esiste in quell’annusare tracce di sangue, fumo e sudore, non è certo perché i cattivi lo catturino e lo uccidano, il suo cucciolo di uomo diventato un capo. Non certo per questo...

Quella di Sepúlveda è una classica favola che celebra la liturgia dei valori alti: fedeltà, fiducia, amicizia, rispetto per la terra e per il prossimo sullo sfondo della lotta Mapuche in difesa del territorio originario contro la zampata violenta del progresso. Una storia per bambini, certo, narrata con un linguaggio semplice in cui si incastonano parole mapuche che hanno il sapore di un suono antico e ancestrale (numeri, nomi, animali) ed attraverso il quale si penetra in un mondo che sembra quasi, esso stesso, una favola. Ma quei campanelli che suonano per denunciare la depredazione del territorio ed il suo ratto ai danni dei popoli originari è un monito fatto soprattutto agli adulti: che imparino a riscoprire il rispetto per se stessi ed il pianeta in cui vivono; che scoprano o riscoprano la tolleranza e l’amicizia; che alimentino il loro senso critico e che imparino fino in fondo cosa significa amore e dignità. Nobile lo scopo di questa narrazione che fa il paio con le sue gemelle (ricordate La gabbanella e il gatto, o La lumaca che scopre la lentezza?), usuale lo stile dei cileno errante fatto di una rabbiosa nostalgia. Ma in questo caso sembra essere tutto molto più spiccio e sbrigativo, soprattutto il finale che non ti aspetti, ma che arriva come una fucilata quando ancora ci si sttenderebbe altro. Resta comunque una lettura piacevole, pedagogica e trasversale. Una lettura per tutti, perché chi ha detto che le favole le leggono solo i bambini?

 

 

 

 
 
 
 

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