Tutte le mie mamme

Ha un lungo cappotto e un cappello, entrambi neri, il vecchio signore che ogni giorno passeggia nel parco e, quando è stanco, siede su una panchina. È il signor Szymon Bauman e spesso sembra che stia sonnecchiando, ma non è cosí. Ricorda le vicende della sua infanzia lontana, quando, a Varsavia, giocava alla guerra in cortile con il suo amico Dawid. Finché un brutto giorno la guerra giunse davvero e la città tremò sotto i bombardieri tedeschi e la sua casa fu distrutta. Szymon e i suoi familiari furono costretti ad andare ad abitare presso una zia. Poi giunsero le retate e il babbo, prelevato dai tedeschi, fu deportato in un lager. Nel frattempo arrivò un’ordinanza che obbligava tutti gli ebrei a portare al braccio una fascia sulla quale era disegnata una stella. In seguito tutti gli ebrei furono obbligati a trasferirsi nel ghetto, un quartiere separato dalla città da un muro alto tre metri. La vita lì è molto dura: fame e malattie imperversano, mentre i tedeschi continuano i rastrellamenti. Anche Chana, la sorella di Szymon, viene arrestata e deportata a Treblinka. Il bambino rimane solo con la mamma gravemente ammalata. Per fortuna arriva l’infermiera Jolanta, che ha un permesso speciale per entrare nel ghetto e si prodiga per aiutare tutti. Jolanta indossa molti indumenti l’uno sull’altro in modo da poterseli togliere e poterli donare a chi ne ha bisogno senza che le guardie se ne accorgano. E nasconde anche medicine, qualche fetta di pane e patate nelle tasche, aiuti preziosi per chi è costretto a vivere rinchiuso e quasi senza mezzi…

L’infermiera Jolanta, eroina del libro, è realmente esistita. Si chiamava Irena Sendler e lavorava come impiegata nell’assistenza sociale. Grazie a questo suo ruolo, che le permetteva di avere un lasciapassare per il ghetto, Irena, mettendo a rischio la propria vita, organizzò, insieme ad altri membri della Resistenza, numerose fughe dal ghetto. Riuscì a mettere in salvo più di 2.500 bambini ebrei e molti adulti. Una volta usciti, i bambini, sistemati presso famiglie generose e accoglienti, dovevano cambiare la propria identità, nome e cognome, e dovevano tacere sulla propria storia familiare e privata. Il piccolo Szymon, semplice ed ingenuo, portato a raccontare cose del suo passato, dovette cambiare più di un affidatario e, di conseguenza, più di un nome e più di una mamma, tanto che ne ebbe ben quattro: quella vera, Maria di Varsavia, Ania di Otwock e, come angelo custode per tutto il tempo, mamma Irena. Quest’ultima, oltre a mettere in salvo quanti più bambini possibile, fece sì che, pur attraverso tante traversie e drammi, essi non perdessero le tracce della loro identità. Nel giardino di via Lekarska 9 a Varsavia, infatti, c’era un barattolo di vetro sotterrato sotto un melo. Dentro il barattolo Irena aveva messo delle striscioline di carta arrotolate sulle quali aveva scritto nomi e cognomi, sia i veri che i falsi, dei bambini salvati e, insieme, ma cifrati, i dati delle famiglie che si occupavano di loro. Al Senato Polacco, che nel 2007 la insignì del titolo di ‘‘eroe nazionale’’, Irena scrisse: «Ogni bambino salvato con il mio aiuto è la giustificazione della mia esistenza su questa terra, e non un titolo di gloria». Questo libro, splendidamente illustrato, parla con semplicità, verità, efficacia ai bambini (il piccolo Szimon narra in prima persona), ma anche agli adulti, della tragedia della Shoah e contribuisce a far conoscere la vita, finora rimasta piuttosto in ombra, di una donna di eccezionale abnegazione e coraggio.

 


 

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