Wildwitch – La vendetta di Kimera

Wildwitch – La vendetta di Kimera
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Essere un’adolescente non è mai semplice. Figuriamoci se si è anche una strega selvatica, con ancora enormi problemi nella gestione dei propri poteri. La vita di Clara si è complicata sensibilmente circa un anno fa, dopo l’aggressione di Gatto. Tre graffi in mezzo agli occhi che le ricordano – ogni qualvolta si guarda allo specchio – che lei non è solo una tredicenne, come continua a far finta di essere. È una wildwitch. Ma niente è paragonabile a quello che sta passando: si addormenta ovunque, anche nel mezzo di una lezione, per smettere di essere Clara e diventare un animale. Certo, da quando condivide il suo segreto con Oscar, il suo migliore amico, non è costretta a mentire – e questo è un grande sollievo – ma Oscar non può capire fino in fondo cosa voglia dire essere una strega. Soprattutto da quando Clara ha iniziato ad avere queste esperienze extra corporee: l’ultima l’ha condotta in un letto d’ospedale. Una leggera commozione celebrale e una settimana di riposo, è stata la diagnosi, ma è andata decisamente peggio a Martin, in coma e con due costole fratturate. A ridurlo così è stata lei: sentiva di essere un uccello e ha spiccato il volo, dal tetto della rimessa vicino la scuola. A farla cadere, però, non è stata l’assenza di ali ma una specie di buco nero l’ha attratta verso terra. Una zona morta, al centro di un bosco che Clara ha sorvolato insieme al falco di cui era ospite…

La vendetta di Kimera, terzo libro della saga Wildwitch, abbandona i toni quasi fiabeschi dei primi due per assumerne altri più cupi e adulti. Clara, a pochi mesi dalla conclusione della sua seconda avventura, si ritrova a dover affrontare nuovamente Kimera ma questa volta deve fare i conti anche con il passato della sua nemica. Attingendo sempre a piene mani dalla saga della Rowling – questa volta è Il Calice di Fuoco ad esser preso come modello di alcuni trucchi narrativi – la Kaaberbøl ci conduce nel mondo delle streghe selvatiche, spingendo non solo Clara ma anche i lettori a fare i conti con il passato, bagaglio che ognuno di noi ha e con il quale è costretto a convivere. Come William Golding ne Il signore delle mosche espone la sua visione pessimista della vita ritenendo che l’uomo nasca cattivo, la scrittrice danese sottolinea come sia il piuttosto il passato a influire sulla nostra vita futura. Non si nasce buoni o cattivi, ma è ciò che viviamo o subiamo a renderci poi gli adulti di domani. Kimera è stata Kimmie, una ragazzina come Clara, ma non fortunata allo stesso modo. La pietà nei confronti della Kimera del passato non è un’attenuante per le atrocità che la Kimera adulta ha compiuto, ma è piuttosto una chiave di lettura per comprendere meglio e più a fondo cosa spinge una persona a comportarsi in un modo piuttosto che un altro. Filo conduttore di tutto il romanzo è la fame, intesa non solo come fame di cibo ma soprattutto come fame di amore, brama di successo e di perdono.



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