Francoforte: alla fine della fiera

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“Hai sentito cosa è successo all’Anna? È scesa dall’aereo ieri e non sentiva più da un orecchio. Ha chiamato il suo otorino, lui le ha prescritto il cortisone (poi vabbè, ci è pure uscita a cena). Anche la Chiara, l’hai vista? È impressionante, ha un occhio TOTALMENTE rosso, all’improvviso, così. Secondo me ci stiamo ammalando tutti di qualche virus strano come in quei romanzi distopici che leggiamo”. “Sì, che poi se gira un virus, QUI ce lo becchiamo subito”.




QUI è un piccolo sushi bar. Anzi no, qui è un piccolo sushi bar all’interno della più grande e importante fiera professionale per lo scambio dei diritti editoriali. La Frankfurter Buchmesse, la Fiera internazionale del libro di Francoforte: 171.790 metri quadri, 270.000 visitatori, più di 7000 espositori. A parlare accanto a me erano due editor donne, milanesi. Per una delle due anche Sabaudia è distopica (dopo qualche minuto hanno dimenticato i virus e si sono messe a parlare delle vacanze), perché “(…) è fascista ma poi ha quelle ville sul mare pazzesche”. Allora mi viene da pensare che forse devo andarmi a rileggere la definizione di “distopico”, perché me la ricordavo diversa...

Da 15 anni lavoro come redattrice in una casa editrice di Medicina: ogni anno il mio capo portava un redattore a Francoforte, quando ho iniziato eravamo in 5. Se la matematica non è un’opinione prima o poi sarebbe dovuto capitare a me. Ma quell’anno fatidico (era il 2009?) lui decise che non era più necessario andare a Francoforte: c’era internet, c’erano i social network, che bisogno c’era di arrivare fino in Germania? Nel 2017 ha cambiato nuovamente idea. Internet ha dato una bella spallata all’editoria tradizionale, ma alla fine (della fiera) questa resiste e gode di ottima salute, come l’editoria italiana che nei primi mesi del 2017 ha visto confermato un +1 nel fatturato complessivo. Quello che preoccupa è il numero spaventosamente piccolo dei lettori in Italia. Ma torniamo alle cose frivole e a un po’ di luoghi comuni confermati: l’editoria è ancora un lavoro per donne, è vero. Soprattutto nel settore fiction/non fiction e nel settore letteratura per l’infanzia la presenza femminile è schiacciante.

Qui a Francoforte seduti alle scrivanie dei meeting professionali 4 volte su 5 ci sono cinesi o giapponesi. È vero, che ci stanno comprando. Letteralmente. Carta e penna sono ancora lo strumento più utilizzato per prendere appunti e appuntamenti. Ebook... che? Dietro una piccola folla di gente è più probabile che ci sia una bottiglia di vino che un premio Nobel. Alcune cose che ho imparato: anche una rovinosa caduta in mezzo alla halle può diventare occasione per rincontrare una vecchia amica. I party sono la parte migliore. Il biglietto da visita è una merce di scambio: ti sembra di averne presi abbastanza? Triplicali, li finirai comunque.

I temi che mi aspettavo di vedere sulle copertine e invece niente: ecologia, riscaldamento globale, migranti. Le novità della varia: i cibi fermentati e la maglia. In uscita nel 2018 in Italia: il nuovo romanzo di Eugenides, il nuovo saggio di Piketty (diritti acquisiti da La Nave di Teseo). Lo spazio dove trascorrere più tempo: Phaidon. La casa editrice che non conoscevo e che ora è al primo posto dei miei pensieri: Mare. L'aperitivo più buono: quello offerto dal Brasile. Torniamo in Italia. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’AIE legge libri solo il 40% delle persone, in Norvegia il 90%. Siamo “un popolo di poeti di artisti di eroi/ di santi di pensatori di scienziati/ di navigatori, di trasmigra tori”. Ma di lettori, quello proprio no.



 

 
 
 
 
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