Black Hole

Black Hole
È l’estate degli anni Settanta. A Seattle alcuni ragazzi del liceo, di buona famiglia, contraggono un’inspiegabile malattia sessuale. I loro corpi si deformano, tramutandosi in una nuova forma animale: code, antenne, branchie, bocche e bubboni distorcono per sempre la loro giovinezza. Sono ora dei mostri, dei paria. I più vili decidono di sparire nelle foreste, mentre i più equilibrati cercano di nascondere le malformazioni continuando la vita di tutti i giorni, tentando con fatica di sentirsi normali e integrati. La loro è però una spirale senza fondo che li conduce in un vero e proprio incubo ad occhi aperti, in cui ogni certezza – la scuola, le case, il lavoro – è ormai svanita. Eppure dentro non sono cambiati, la violenza e l’indifferenza sono ancora ben aggrappati alle squame e alle ferite aperte. Accettarsi per quel che sono divenuti sarà l’impresa più grande delle loro vite, terminate così presto, all’acme, nel luogo in cui si scontrano desiderio e incoscienza…
Riflettevo recentemente di quanto poco fosse accettabile parlare di questo libro a fumetti. Magnifico – ti sfonda la faccia già alla prima ripresa – un acido calato con la lentezza dei movimenti astrali, un pianeta grigio in rotta con il buon senso che ci spinge alla lettura. Rilassarsi, evadere, immaginare e orchestrare mondi che sanno poco dell’amaro che ingoiamo ogni giorno. Non sempre sono mondi migliori, ma hanno pur sempre una via di fuga e un maniglione antipanico ad aspettarci poco prima dell’ultima pagina. Come pochi altri casi eccellenti, non è questo lo sfondo di Black Hole. È così difficile concepire un tale vuoto, che quasi si avvicina alla realtà. Un dolore immenso e impossibile da condividere, tanto unico e crudele da confondersi con le nostre pene e paure più semplici. Possiede una profondità così vasta che sebbene lo stesso Burns abbia chiarito la metafora che si nasconde dietro la malattia, ognuno può concedersi la propria verità. Perlomeno conserviamo come comune l’origine degli eventi, inspiegabile e senza un vero inizio. Forse semplicemente il sintomo di una sofferenza che tutti avvertiamo ma non sappiamo distinguere e risolvere. Un malessere senza soste che affonda nei nostri errori e rimproveri, un senso di colpa che è una luce fioca dentro di noi e che le storie di Burns descrivono così bene. Bianco, nero e deforme. Anche la tecnica si è asservita allo scopo, regalandoci un’opera che va oltre la compostezza. Una mano perfetta e ricca di dettagli descrittivi, mai fini a se stessi e sempre utili al dispiegarsi narrativo e un colore talmente chiaro da gettare tutta la scena nella cupezza più fitta. Una quinta importante, la Seattle degli anni settanta, evoca infine lo stesso luogo quasi vent’anni dopo (periodo in cui è stata concepito Black Hole, poi pubblicato tra il 1995 e il 2005): il nichilismo dell’esistenza, veicolato con potenza inaudita dal movimento grunge, tramite le rasoiate di King Buzzo, Mark Arm e Kurt Cobain.

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