Cappuccetto Rosso Redux

Cappuccetto Rosso Redux
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La bambina aspetta nella grande cucina, gioca con il suo gatto mentre la madre sforna i biscotti a forma di cuore. Li mette nel cestino e li affida alla bambina con la mantella, che esce di casa e si incammina fra gli abeti nel bosco sotto lo sguardo vigile e attento del gatto, che però non si allontana dal suo territorio sicuro. In mezzo alla foresta si accorge di uno strano e alto edificio dalla forma singolare, si avventura al suo interno: le pareti sono bianche e vuote, a parte un grande dipinto sul muro, dei fiori dai grandi petali bianchi. Una volta uscita, nota nel bosco un sentiero tempestato degli stessi candidi fiori, una strada che diventa sempre più buia man mano che la piccola si addentra fra gli alberi. Oltre le cime i corvi solcano il cielo, fra le fronde d’improvviso compare un grande lupo: non sembra impaurito dalla bambina, forse le sente addosso lo stesso profumo dei fiori bianchi della foresta. Anche alla bambina piacciono quei fiori, ne coglie qualcuno per regalarlo a sua nonna, insieme al cestino di biscotti. Intanto il lupo ulula alla luna, non è solo nella foresta, il cacciatore ha sentito il suo richiamo e ora è sulle sue tracce che lo porteranno in una casina in mezzo al bosco, con una finestrella a forma di cuore…

È un bianco e nero feroce, quello utilizzato da Danijel Zezelj per dipingere la sua personale visione della classica fiaba dei fratelli Grimm. La storia si snoda muta, senza l’ombra di un balloon, interessata più agli sguardi di Cappuccetto rosso, Lupo e Cacciatore che alle loro parole. L’ambientazione è moderna, post-industriale: il bosco confina con edifici e fabbricati di cemento e metallo ampi, vuoti e abbandonati che ricordano l’Europa dell’est negli anni Sessanta e Settanta. Un substrato ambientale e culturale che l’autore, croato, classe 1966, conosce bene. Lo stile d’illustrazione è pittorico, talvolta simile al graffito in stile Banksy, con cui condivide forse la riflessione sulla violenza e sull’incomunicabilità della società moderna in cui ognuno è solo. Il cacciatore è simile a un moderno sciamano: non utilizza il fucile ma picche e lame, armi bianche che fendono e squarciano. Con la bambina della fiaba, l’uomo condivide un ampio cappuccio che copre parte della testa svelando solo lo sguardo e il profilo degli zigomi e delle labbra. Il lupo è immenso, quasi un nero Moby Dick, ambiguo nei suoi sguardi e nelle azioni, personificazione della Natura e della sua forza primordiale e fuori dall’etica. L’impatto visivo è notevole, infatti del fumetto Cappuccetto Rosso Redux esiste anche un omonimo cortometraggio animato (Zagreb Film, 2017) e il lettore riesce a immergersi nella vicenda nonostante la mancanza di dialoghi. Rapito dalle pennellate, dalla foresta oscura in cui la luna illumina solo gli occhi dei tre protagonisti e il vuoto di una sfida in cui sembra non vincere nessuno, ma tutti perdono qualcosa di importante: l’umanità, la forza, l’innocenza. Un libro d’arte più che un fumetto vero e proprio, in cui il segno è la storia.



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