Come sopravvivere nel grande Nord

Come sopravvivere nel grande Nord
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Viene esortato a rimanere sveglio, ma il capitano Bartlett comincia ad avere la vista offuscata; continua a tossire da ore, ma adesso comincia a tossire sangue e le convulsioni sono più violente. Un cane si sta allontanando, la situazione peggiora da un momento all’altro e si sente impotente. Il capitano crolla sulla neve, esausto. Bartlett sa già da solo la malattia che lo sta divorando, è lo scorbuto... Ada Blackjack ha imparato a cacciare. Prima sprecava pallottole, impugnava male il fucile, ma ora che è rimasta sola con il piccolo gatto Vic a farle compagnia e nessun altro, il suo unico pensiero è sopravvivere e quindi trovare qualcosa da mettere sotto i denti. Quella di stasera è una piccola cena, ma Ada pensa che basterà ad entrambi; mentre si accinge a spellare l’animale la giovane eschimese, sarta, viene sorpresa da un ruggito forte, potente e soprattutto molto vicino alla tenda; prega che non sia un orso ed esce a vedere cosa sta succedendo all’esterno... Il professore Sullivan Barnaby è steso sul divano, inerme, alienato e anche piuttosto ubriaco: una bottiglia in mano, altre sparse sul pavimento, non dà alcun segno di volersi alzare. Il telefono squilla, ma non risponde. Parte la segreteria telefonica, è Kendra. Vuole parlargli, sa che il professore è rintanato in casa e lo incita a sollevare la cornetta. Ma Sullivan beve un altro sorso e rimane sdraiato sul suo divano...

Luke Healy disegna tre storie, sottilmente legate fra loro, pur mantenendo ciascuna la propria identità e indipendenza. Tre epoche differenti (1913, 1922, 2013) e tre protagonisti altrettanto diversi: un capitano di nave coraggioso e integerrimo, una inuit di professione sarta, con un figlio malato di tubercolosi a cui badare, un professore universitario di Hannover con qualche problema di condotta e costretto ad allontanarsi dall’insegnamento. I tre sono illuminati fin dall’inizio in un momento di crisi, anzi, in quel momento di crisi dove non vi è altro da fare che lasciarsi andare oppure tirare fuori tutte le proprie potenzialità per ritrovare l’equilibrio, e non soccombere al destino. Il legame che unisce le storie è una figura quasi assente nel fumetto ‒ l’esploratore Stefansson e la sua teoria sulla sopravvivenza nell’Artico ‒, a voler rimarcare come certe situazioni nelle quali ci troviamo o ritroviamo non sono altro che un effetto di infinite determinazioni e decisioni prese da altre persone, conosciute o meno. Come reagiamo a queste circostanze, seppure non scelte, dipende invece totalmente da noi dandoci il potere e la grande responsabilità di influenzare, a nostra volta, eventi futuri. I colori utilizzati, forti e carichi, irreali, rimarcano ancora di più l’alienazione dei protagonisti, così come i dialoghi, ridotti e spicci, quasi a non voler distrarre il lettore con informazioni inutili. Le prime due storie si basano su fatti realmente accaduti, e molto interessanti sono le note iniziali e finali che riportano dati e note bibliografiche sui protagonisti.



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