Dalia nera

Los Angeles, 1946. È il primo giorno di Bucky Bleichert detto “Ghiaccio” e Lee Blanchard detto “Fuoco” alla Squadra Mandati di cattura. Si sono conosciuti tre anni prima: Lee era un peso massimo, Bucky un massimo leggero, entrambi avevano decine di incontri alle spalle ma stranamente non si sono incontrati in calzoncini su un ring di boxe ma in divisa da poliziotti sulla strada, durante violenti scontri tra messicani e militari a Downtown L.A., fianco a fianco a randellare chiunque capitasse loro a tiro. Erano svegli, giovani, forti, spregiudicati, violenti e decisi a fare carriera nel LAPD a qualsiasi costo: e così è andata. Ma se per Blanchard è filato tutto liscio, per Bleichert non è stato proprio così: per decidere chi sarebbe stato promosso alla Mandati tra lui e un certo Fat Johnny Vogel il Procuratore Ellis Loew, che ha un debole per la boxe, ha organizzato un incontro tra Fuoco e Ghiaccio. Se Bleichert avesse vinto, il posto sarebbe stato suo, altrimenti sarebbe toccato a Vogel. L’incasso del match aveva anche finanziato equipaggiamenti migliori alle forze di polizia e un aumento salariale dell’8%. Bucky ha perso apposta il match dopo aver scommesso tutti i suoi soldi su Blanchard per guadagnare abbastanza da sistemare suo padre in ospizio per un po’ di anni. Ma comunque alla Mandati hanno preso lui e non Vogel, perché il Capitano Jack Tierney si è impuntato. Così Fuoco e Ghiaccio ora sono compagni di squadra, ma condividono anche le attenzioni di Kay Lake, la disinibita compagna di Blanchard, ex schiavetta di un boss della mala che proprio Blanchard ha spedito in gattabuia…

Il 15 gennaio 1947 il corpo mutilato e diviso in due pezzi di una donna fu rinvenuto in un prato tra Coliseum Street e West 39th Street, a Los Angeles. La vittima si chiamava Elizabeth Short, era una ragazza di Boston con la passione per gli uomini in divisa che inseguendo il sogno di sfondare a Hollywood si era trovata coinvolta in uno squallido giro di prostituzione e pornografia ed era stata soprannominata “Dalia Nera” per la sua predilezione per il film La Dalia azzurra e l’abitudine a vestirsi di nero. Nonostante il coinvolgimento di centinaia di agenti nelle indagini e nonostante moltissime persone siano state sospettate o si siano autoaccusate del crimine, non è stato mai identificato l’autore dell’orribile delitto. Nel suo memorabile romanzo del 1987 Dalia nera (primo volume della fantastica tetralogia di Los Angeles e già trasposto sul grande schermo nel 2006 da Brian De Palma) James Ellroy raccontava la storia di due poliziotti molto sui generis del LAPD proprio sullo sfondo di questo memorabile caso di cronaca nera. E l’approccio è il medesimo in questa/o graphic novel francese datata 2013: l’assassinio di Elizabeth Short naturalmente c’è (memorabile anche graficamente la pagina del ritrovamento del corpo) ma non è il centro della narrazione. Dalia nera – malgrado il titolo – è la storia di Bucky Bleichert e Lee Blanchard, della loro tortuosa amicizia, della loro vita violenta. Insolitamente il volume è firmato non solo dallo sceneggiatore Matz (al secolo Alexis Nolent) e dal disegnatore Miles Hyman, ma anche dal regista David Fincher (Seven, Fight Club) e addirittura da James Ellroy in persona. Una scelta che deriva dalla complessa gestazione dell’opera: tutto nasce da una conversazione tra l’autore francese e il cineasta statunitense, durante la quale Matz accennò al fatto che stave ragionando su una versione a fumetti del romanzo di Ellroy. Fincher – che per anni aveva lavorato a una riduzione cinematografica del libro – si è offerto di collaborare mettendo a disposizione gli storyboard preparati a suo tempo. La graphic novel non è di certo la trasposizione dello storyboard, ma per esempio l’idea di usare solo tre vignette per pagina viene da Fincher: “Questa idea ha rafforzato il gusto cinematografico di questo fumetto e garantito un ritmo costante alla narrazione”, ha spiegato lo sceneggiatore transalpino in una recente intervista. Ellroy invece ha preteso che la graphic novel avesse la sua approvazione prima di uscire, cosa che è puntualmente avvenuta via mail, con un messaggio di due parole (“Fantastic job”) che Matz ha stampato e incorniciato. Forse però “Fantastic” è un aggettivo un po’ generoso, perché non siamo di fronte a un capolavoro. Ma piuttosto a un fumetto elegante (lode a Hyman) e malinconico, capace di utilizzare l’estetica noir senza caderne vittima. È già molto, per carità: ma ogni paragone con il romanzo è insultante, più che inopportuno.



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