Glenn Gould – Una vita fuori tempo

Traduzione di: 
Genere: 
Articolo di: 

New York, 11 gennaio 1955: la sala da concerti è immersa nell’oscurità. Solo il palco è illuminato. Il pianista è giovanissimo: 23 anni, canadese, alle sue prime esibizioni negli States. Un talento, dicono, seppure con qualche tratto eccentrico; ad esempio, quella strana posizione davanti al pianoforte, più bassa, grazie a quella sedia che pare si porti sempre dietro, che fa storcere il naso ai puristi. Confuso tra il pubblico c’è David Oppenheim, direttore del ramo “Classica” della “Columbia Records”, una delle più blasonate, importanti case discografiche al mondo. Quell’unica esibizione gli è sufficiente: resta ipnotizzato da quel giovane musicista che crea una sorta di “atmosfera mistica” quando suona. Oppenheim gli offre un contratto per una prima incisione, e la proposta del repertorio da utilizzare per quel disco di esordio lo lascia senza parole: il pianista vuole incidere un’opera poco conosciuta di Bach, scritta per il clavicembalo: le Variazioni Goldberg. Oppenheim si lascia guidare dall’istinto, e a giugno dello stesso anno presso gli studi della casa discografica iniziano le registrazioni; i tecnici del suono fanno i salti mortali per gestire gli scricchiolii della famigerata sedia e quella malsana abitudine del musicista di canticchiare la melodia durante l’esecuzione, tanto a volte da coprire il suono del pianoforte! Ma quando il disco vede la luce, pubblico e critica restano folgorati dalla tecnica, dalla “modernità ed energia”, dalla “originalità dell’interpretazione, capace di dare vivacità a ogni nota” dell’esordiente: l’edizione delle Variazioni Goldberg del 1955 diventerà l’LP di musica classica della Columbia più venduto di sempre, e nelle prime settimane di vendita relega al secondo posto in classifica persino un disco di Armstrong: la giovane promessa della musica sconosciuta ai più in pochi giorni diviene una stella di prima grandezza. Il suo nome è Glenn Gould…

Sandrine Revel, classe 1969, autrice di libri per l’infanzia e sceneggiature, ha dedicato tre anni della sua vita a questo delicato, profondo Glenn Gould - una vita fuori tempo che le è valso, nel 2016, il prestigioso Prix Artemisia, riconoscimento (istituito in omaggio ad Artemisia Gentileschi, pittrice italiana del XVII secolo, prima donna ammessa all’Accademia del Disegno di Firenze) che premia l’autrice del miglior graphic novel dell’anno. Attraverso un’opera che procede per flashback, con tavole dai tenui colori acquerellati - ad eccezione di alcuni vividi rossi utilizzati nelle sequenze più dolorose, coinvolgenti - l’autrice restituisce il genio, l’umanità, la fragilità di un artista fuori dagli schemi, così amato, così controverso, ripercorrendone ossessioni, manie, successi, contraddizioni, solitudini: l’esecuzione pianistica intesa come completo abbandono alla ricerca dell’essenza dell’opera, l’intepretazione come equilibrio inarrivabile tra restituzione fedele della partitura e gesto artistico creativo, anni luce lontano da qualsiasi logica di narcisistica esibizione, condivisione immediata con un pubblico o competizione con altri interpreti; il rapporto viscerale, simbiotico con il pianoforte - il grave danneggiamento, durante un trasporto, del suo amato Steinway CD 318, determinò l’inizio di un periodo di profonda depressione - l’approccio alla tastiera “dal basso” con quella caratteristica postura, ottenuta con l’uso di una sedia da bridge artigianalmente modificata dal padre segando e rendendo ciascuna gamba regolabile. Gould si ritirò dall’attività concertistica nel 1964: si dedicò sino al termine della sua vita solo alle registrazioni in studio, dove poteva ricercare l’esecuzione perfetta (“grazie a Dio posso lavorare in studio con una concentrazione e una gioia immense, cominciare da capo tutte le volte che occorre e soprattutto ricercare l’essenziale: una visione dell’opera che sto registrando che mi possa aprire i segreti della sua composizione”). Moriva nel 1982, a soli cinquant’anni, per un ictus. Solo un anno prima aveva re-inciso le Variazioni Goldberg, donando una nuova, diversissima lettura a quello che era stato il suo disco d’esordio, e chiudendo così inconsapevolmente un cerchio: come aveva scritto in uno dei suoi testi di approfondimento (Glenn Gould: L’ala del turbine intelligente - scritti sulla musica, Adelphi ed.) “È una musica, in breve, che non conosce né inizio né fine, una musica senza un vero punto culminante e senza una vera risoluzione: una musica che è come gli amanti di Baudelaire, “mollement balancés sur l’aile / du tourbillon intelligent” (“mollemente cullati sull’ala / del turbine intelligente”). Essa ha quindi una unità che le viene dalla percezione intuitiva, un’unità che nasce dal mestiere e dalla rigorosità, che è ammorbidita dalla sicurezza di una maestria consumata e che qui si rivela a noi, come avviene tanto raramente in arte, nella visione di un disegno inconscio che esulta su una vetta di potenza creatrice”.

 


 

0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER