Gli incubi di Lovecraft

1925. Uno strano giovanotto dall’aspetto scostante e dai modi enfatici fa visita ad un anziano studioso, il professor George Angell, che insegna Lingue semitiche all’Università di Providence. L’individuo, che si chiama Wilcox e afferma di fare lo scultore, ha portato con sé una mattonella con un bassorilievo ed un geroglifico e chiede aiuto al professore per tradurlo. Angell è molto perplesso: la mattonella è fresca, non antica, e raffigura una creatura mostruosa metà piovra metà drago. Wilcox spiega che l’ha realizzata lui dopo un vivido incubo in cui ha visitato “città ciclopiche costruite con blocchi di pietre titaniche”, pervase da un orrore arcano e indefinibile, e ha sentito parole incomprensibili che gli pare di ricordare suonassero come “Cthulhu” e “R’Lyeh”. Il professore è molto colpito dal racconto, gli torna alla mente un episodio risalente al 1908, quando – durante l’annuale convegno dell’associazione di archeologia – un ispettore di polizia aveva sottoposto all’attenzione dei cattedratici una statuetta scolpita in una pietra verdastra sconosciuta che raffigurava esattamente il mostro sognato da Wilcox: l’ispettore Lagrasse aveva affermato che l’idolo era stato rinvenuto l’anno prima in un oscuro acquitrino nei dintorni di New Orleans dove si svolgevano empi riti vudù. Così propone a Wilcox di andare a raccontargli i suoi incubi ogni volta che vuole, cosa che avviene per qualche mese, finché il giovane Wilcox non si ammala di una febbre sconosciuta, che lo sprofonda nel delirio per giorni. Una volta rinvenuto, lo scultore non ricorda nulla del suo malessere e cessa di fare i suoi sogni spaventosi. Molti anni dopo, un nipote del professor George Angell si mette sulle tracce di Wilcox e Lagrasse: si reca prima a Providence e poi a New Orleans e scopre che lo scultore – senza sapere nulla dei fatti del 1907 – ha realizzato una statuetta del tutto identica a quella sequestrata dai poliziotti. L’erede di Angell si convince di essere sulle tracce di un’antica religione sconosciuta, una scoperta clamorosa che farà di lui una star dell’antropologia…

L’artista argentino Horacio Lalia rilegge diciassette storie di Howard P. Lovecraft (Il richiamo di Cthulhu, L’estraneo, Il modello di Pickman, Il colore venuto dallo spazio, I topi nei muri, La città senza nome, Dagon, L’alchimista, La palude della Luna, L’orrore di Dunwich, Innominabile, Aria fredda, Nella cripta, Egli, La conca delle streghe, La ricorrenza, Il segugio) rimanendo il più possibile fedele all’originale letterario nei testi e scatenando il suo bianco e nero irruento ed espressionista nelle tavole, che enfatizzano “nel rappresentare lo spettacolo dell’orrore e della ripugnanza al cospetto dei protagonisti”, come scrive il curatore Daniele Brolli nella sua postfazione. Lalia – amato dai lettori italiani per le sue storie autoconclusive e per la serie di Nekradamus apparse sul mitico “Lanciostory” – è un protagonista del fumetto sudamericano, a partire dalla gavetta che fece nella bottega dell’immenso Alberto Breccia (a cui ha fatto anche da modello per l’aspetto fisico del celebre Mort Cinder ) nella prima metà degli anni Sessanta. In questo bellissimo volume antologico proposto dalla Magic Press, Lalia illustra storie del Ciclo di Cthulhu ma anche di horror classico, perfetto per la sua estetica a metà tra gotico e gore. Gli appassionati di Lovecraft troveranno in questi fumetti una suggestiva e convincente interpretazione delle visioni dello scrittore di Providence; i fan di estrazione eminentemente fumettistica scopriranno un autore ineludibile, che con i suoi temi e il suo stile ha cambiato la letteratura dell’orrore per sempre.



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