I solchi del destino

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Alicante, 28 marzo 1939. Le banchine del porto sono gremite di persone. Soldati, famiglie con bambini seduti sopra a pile di valigie: tutti scrutano ansiosi il mare sperando di veder apparire una nave che li porti via dalla guerra e dalla paura. La radio dice che Valencia e Cartagena sono cadute e che l’esercito fascista sta per conquistare la città. La folla è esausta, disperata. D’un tratto, un grido: “Le navi! Le navi!”. La nave in realtà è una sola. È il mercantile “Stanbrook”, comandato dal gallese Archibald Dickson, che è riuscito a superare il blocco navale nazista. L’equipaggio cerca di far svolgere con ordine le operazioni di imbarco dei profughi, ma la folla rompe gli argini e prende d’assalto la nave. Prima che sia troppo tardi, Dickson a malincuore dà ordine di levare gli ormeggi. La “Stanbrook” prende il largo, carica fino all’inverosimile. Sulla banchina del porto, le migliaia di persone rimaste osservano attonite. Il tuono dei cannoni si fa sempre più vicino, la speranza invece sempre più lontana…
Questo splendido/a graphic novel di Paco Roca (il cui titolo è ispirato a un verso di Antonio Machado, “Perché chiamare cammini/ i solchi del destino?”) nasce dalla lettura di un libro della giornalista Evelyn Mesquida e da una foto rinvenuta dallo storico Robert S. Coale, che ritrae alcuni soldati negli Champs-Elyséès nell’agosto 1944 durante i festeggiamenti per la liberazione di Parigi dall’occupazione nazista. Erroneamente identificati come statunitensi per decenni, erano in realtà spagnoli, per la precisione esiliati repubblicani della divisione Leclerc. Quale ruolo ebbero nella Seconda Guerra Mondiale i profughi della Guerra Civile spagnola, fuggiti dalla loro patria nel ’39 e finiti nei campi di lavoro in Europa e Africa prima di poter riprendere le armi contro i tedeschi? Roca ce lo racconta senza pedanteria ma con precisione, simulando un’intervista a un anziano reduce e lavorando in flashback. Il ricordo della guerra è nitido, vibrante, e alle vicende militari si intreccia una storia d’amore talmente delicata e vera da farci battere il cuore a settant’anni di distanza. Magnifico.

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