Il grande sgarbo

Il grande sgarbo

Il fiotto scuro di sangue che zampilla improvviso e spaventoso dalla gamba di un Garibaldi dal volto torvo e stravolto dal dolore mentre, sovrastato da un tricolore lacerato dalla battaglia che inneggia all’Italia libera, voluta pure da Dio, brandendo la sciabola trattiene a stento una bestemmia, è un’esplosione. Un giovane soldato lo soccorre immediatamente. Garibaldi vuole essere lasciato sul campo. Il ragazzo non gli dà retta. Garibaldi delira. Chiede chi sia quel giovane che non gli si è presentato. Non capisce dove si trovi. Sogna o è desto? Tutto d’un tratto, poi, invece, compare, come in un film dopo uno stacco di montaggio, l’immagine di un ragazzino. Perché fin dalla più tenera età, si dice, è stato istruito alla pratica burocratica del timbro e del dazio doganale. È pernicioso, rancoroso, di modi spicci e di scarsa loquela. Chi? Ma Ferdinando Ragozzino, naturalmente…

Garibaldi fu ferito, Marcella, La mannaia e il re, Stramonio, Lo scudiscio di Dio, L’uomo che morì due volte, L’ultimo sgarbo: diviso in questi capitoli dagli eloquenti titoli ‒ e capace di essere persino sorprendente sul finale, nonostante si tratti in realtà di eventi storici di cui chi più chi meno tutti sappiamo l’evoluzione anche nel dettaglio per averla studiata sui libri o seduti tra i banchi di scuola e dell’università ‒ Il grande sgarbo (sottotitolo L’Italia non è mai stata unita: mai così attuale, visto il mercificante squallore politico che ci contraddistingue e i problemi secolari che il paese si porta sul groppone e non sa né forse vuole risolvere…) è una riuscita, divulgativa, credibile, allegorica e avvincente graphic novel di livello internazionale. È caratterizzata da tavole suggestive dal bianco e nero simbolico ed evocativo e induce alla profonda riflessione raccontando la vicenda dell’infido Ferdinando Ragozzino, burocrate del Regno delle Due Sicilie all’alba del 1860 che perde il suo incarico dopo l’intervento dei Mille e quindi medita vendetta e si impegna nel sabotaggio dell’unità d’Italia. Ma…



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