La Lucha

La Lucha

Lucha Castro è un avvocato che ha deciso di fare del suo mestiere una missione e un arma di lotta. Vive e lavora in Messico, in particolare in quella parte di Messico - lo stato di Chihuahua e di Ciudad Juárez - in cui spadroneggiano i cartelli della droga e la corruzione di amministrazione e militari è all’ordine del giorno. Lucha è una madre e mette in pericolo sé stessa e la sua famiglia per difendere quello che nel suo Paese è diventato indifendibile: la vita, la dignità degli esseri umani e in particolare la dignità e la garanzia di sicurezza per le donne in quanto tali. Si occupa di vittime di tortura, femminicidio, rapimenti, violenze sessuali e domestiche; offre assistenza legale gratuita; è fondatrice ed attivista di molti centri di ascolto e organizzazioni sociali. Con i suoi amici Alma e Gabino ‒ sposati da 30 anni ‒ si muovono continuamente per tenere assemblee, aprire centri per i diritti umani delle donne, prestare assistenza, raccogliere testimonianze e dare voce alle storie strazianti e drammatiche di altre donne, madri, figlie, attiviste e delle loro famiglie. Josefina è cresciuta in una famiglia progressista di panificatori nella città di Guadalupe. Hanno sempre lottato in favore dei diritti sociali e del territorio e per questo hanno pagato un prezzo altissimo e reiterato. Nel 1998 lei e la sua famiglia, per essersi opposti all’apertura una discarica nucleare nella loro zona, iniziano a ricevere violente attenzioni da parte dell’esercito. Per rappresaglia alla sua militanza contro la militarizzazione e la repressione, l’esercito si accanisce contro i suoi figli. Uno, sequestrato, le viene restituito con traumi da tortura corporale e abuso psicologico; l’altro le viene restituito morto, con un colpo di pistola dritto al cuore. La sua famiglia è fatta a brandelli, anche lei riceve minacce di morte fino a quando, nel parcheggio di un piccolo ristorante, i sicari la finiscono con nove colpi. Dopo la sparizione della figlia Paloma, a 15 anni, ed il ritrovamento del suo cadavere sul ciglio di una strada, Norma fonda “Giustizia per le nostre figlie”. L’organizzazione si occupa di casi di donne uccise o scomparse nello Stato di Chihuahua e lavora insieme ai familiari delle vittime e persone che hanno deciso di impegnarsi per questa causa. Dice Norma: “Non esiste il modo di ridare la vita a qualcuno, né si può tornare indietro da uno stupro o un maltrattamento subito…quindi non c’è giustizia, ma esiste la verità”. Lucha diventa l’avvocato di Marisela Escobedo dopo aver saputo della sua marcia di protesta da Ciudad Juárez a Città del Messico per chiedere giustizia dopo l’omicidio di sua figlia Rubi. Rubi è stata uccisa dal fidanzato Sergio Barraza e il suo corpo buttato in una discarica in mezzo alle ossa dei maiali, dato alle fiamme e il resto divorato dagli animali. Di sua figlia, Marisela ha riavuto indietro solo un terzo del cadavere e nessuna giustizia. Una madre disperata non si ferma davanti a niente, nemmeno davanti alla paura e così inizia le sue indagini personali, risale quasi subito all’omicida, lo fa presente alle autorità competenti. A processo, nonostante avesse mostrato agli inquirenti dove recuperare i resti di Rubi e molte prove fossero contro di lui, il Tribunale all’unanimità assolve Sergio Barraza. Marisela accusa il colpo ma non demorde. Vuole, pretende giustizia, ma in uno Stato corrotto come Cihuahua riceve soltanto indifferenza e alcuni colpi di pistola alle spalle, nella notte…

Subito dopo la copertina, questa notte fonda in cui la luce lunare non è a caso un sostantivo femminile, una tavola rappresenta una scena ordinaria nelle strade del Messico piagato dal narcotraffico. Una immagine talmente ordinaria che rischia di scivolare via nell’indifferenza. Un morto per strada, qualcuno che urla disperato, militari incappucciati e coi mitra spianati intorno al cadavere e poi il deserto del silenzio e dell’abbandono. I toni delle tavole disegnate da Jon Sack, artista e attivista, sono cupi, i tratti scarni non tentano di addolcire la pena sconvolgente di quello che illustrano. Questo è il comandamento quando si maneggia una materia così dura che ha bisogno di essere raccontata nella sua integrale crudezza. Accompagnano e integrano il narrato in una escalation di dramma, rabbia, senso di impotenza e anche enorme, sperticata ammirazione per le donne e gli uomini di queste storie, per il loro impegno senza alternativa, per la loro granitica fiducia nell’affermazione del bene e del giusto. Il Messico è un campo di guerra i cui echi di morte sembrano non sgomentare nessuno. Le associazioni per la difesa dei diritti umani lavorano nell’indifferenza, nell’ostruzionismo, gestiscono traumi, ricuciono memorie, denunciano, chiedono giustizia in uno Stato sordo, assente, succube e complice del crimine. Le donne sono i soggetti più esposti al pericolo. Le stesse donne sono quelle che hanno alzato la testa per prime. Scudi umani per i propri figli, megafoni di giustizia per la propria gente, moltiplicatrici di una richiesta perentoria di dignità per se stesse e per la propria terra. Sono loro a portare e sopportare il peso maggiore di una violenza che raggiunge percentuali spaventose di impunità. Sono loro le prime a sollevarsi per opporvisi. Difendere i diritti umani lì è una missione suicida e loro lo sanno che il Messico è il paradosso parossistico dell’universo in cui salta ogni logica etica, sociale, umanitaria. Non c’è razionalità per quel che succede dentro i suoi confini. Le donne spariscono, gli oppositori muoiono. È un atto sovversivo, rivoluzionario e necessario per donne, madri, attiviste come Lucha, Alma, Emilia, Norma, Marisela, Josefina chiedere giustizia in un Paese così. E loro lo fanno, continueranno a farlo e non taceranno mai. Al grido di ¡Ni una más!



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