Mice Templar – La profezia

Mice Templar  – La profezia
Le terre oscure brulicano di vita, non appena il sole scompare dietro i monti richiamando al sonno le creature del giorno. Con la notte si sveglia un reame di piccole cittadine alle pendici di alberi maestosi, templi nascosti all'interno di un frassino millenario e mini metropoli fortificate presiedute da un malvagio tiranno. È una notte come tante quando la Forra di Cricket, dove il piccolo topo Karic vive e gioca al templare, viene attaccata e rasa al suolo dalle orde degli spietati ratti. Grazie al sacrificio di Deishun, fabbro di grande coraggio, Karic riesce a scappare lasciandosi alle spalle la madre, gli amici, la sorella, che promette a se stesso di ritrovare e vendicare. Pilot il lungo, ambiguo templare in esilio, diventa presto mentore e guida: mette in dubbio la cieca fede di Karic per l'eroe della sua infanzia, Kuhl-en, primo guerriero e fondatore dell'ordine e lo inizia ai costumi di una casta di cavlieri ormai perduta tra le vestigia della notte, da quando una battaglia fratricida divise e annientò il glorioso esercito. Un'ombra incappucciata, però, pedina indefessamente i due viaggiatori diretti dove risiedono i preti di Wotan. Non sarà un viaggio semplice: inattese apparizioni di dèi, eserciti di giganteschi parassiti, una strega nera padrona di biechi sortilegi, il peso schiacciante di una profezia e la ricerca della verità, prima del ritorno...
Potrà sembrare bizzarro parlare di fede commentando la storia rocambolesca di un topo templare. Non si può fare altro, però, proprio come sottolinea saggiamente Glass nella sua breve postfazione. Fede non nel senso eminentemente religioso, quanto spirituale. Data l'ambientazione tipicamente fantasy delle avventure di Karic e soci non stupisce l'onnipresenza del riferimento ad una realtà altra rispetto a quella di cui si fa esperienza nella vita di tutte le notti. A un primo livello è il mondo del giorno, i cui confini sono invalicabili per le comuni genti; procedendo nel racconto, però, viene esplorata, sottoforma di sogni o visioni indotte, una dimensione più intima custodita dalla suprema divinità Wotan, un enorme gufo bianco dagli occhi di luna. Fatto salvo l'immaginario epico-cavalleresco riproposto efficacemente in chiave animalesca, il “medioevo” di Glass e Oeming è tutto metaforico: Karic è poco più di un bambino che si appresta a diventare adulto e il suo percorso comincia con un trauma e  continua con la predestinazione, la disillusione, l'assunzione di responsabilità e la consapevolezza, escalation che lo allontana dal credere senza riserve alla passività dell'esistenza e allo stesso tempo lo avvicina a una dimensione interiore in cui il dio che adora potrà avere anche splendide ali lucenti, ma si dimostra essere solo il riflesso dell'ego crescente e cresciuto del piccolo topolino. Anche la scelta della bestiola non è casuale: serviva una specie-simbolo dell'insignificanza (o spesso della repellenza) che avesse tutto da guadagnare nel tentativo di riabilitazione sociale all'interno dell'immenso universo della fiction animalesca. In questo senso i riferimenti soprattutto a "Le Cronache di Narnia" di C. S. Lewis si sprecano, pur non diventando ingombranti, e sgomitano con i temi classici del fantasy (lotta per la supremazia e conquista del potere, tirannia contro libertà, magia come strumento, inquietante confusione tra bene e male) e l'eredità inevitabile dei maestri Tolkien e Brooks. Peccato che questo primo volume, comunque promettente, risenta della verbosità della narrazione di Glass, spesso ma non sempre mitigata dalle tavole sorprendenti di Oeming e dal grande lavoro di inchiostratori e coloristi. Il tratto sintetico e corposo, i colori pieni e decisi (eccezion fatta per alcune tavole dai toni onirici poetiche e meno energiche) ricordano lo stile del miglior Mike Mignola ed equilibrano uno storytelling non sempre chiaro. Nonostante alcuni difetti (che potrebbero essere definiti “di rodaggio”) il volume è godibile aldilà del suo essere un numero uno e pur riuscendo ad assolvere ampiamente alle incombenze degli inizi: affascina e incuriosisce, in attesa degli episodi successivi.

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