My generation

My generation

Da bambini si passava tutto il tempo in strada, a mangiare la polvere dei campetti, dove ci si prendeva a pugni ogni santo giorno. E le si prendevano, specialmente quando come nel caso di Igor il mandato paterno è quello di proteggere il fratello Sandro più piccolo di due anni, ben più alto e piazzato, ma soprattutto attaccabrighe di professione. Oppure a giocare a poker usando come fiches l’abbondanza di K nei giornaletti dell’epoca: Kriminal, Satanik, Diabolik, Demoniak… Finita l’età delle scazzottate sono arrivati gli anni della controcultura – droga, amore libero ed espansione della coscienza – accompagnati dall’ondata psichedelica degli anni ’60, anni naufragati beceramente dietro al cantico dell’eroina: “peste in forma di polvere” che scorreva a fiumi spazzando via una generazione. A Cagliari, ad esempio, nell’immensa piazza San Giovanni, il vento caldo soffiava morte ovunque. Uno sterminio. “Io agonizzo allegramente, peso cinquantadue chili, disegno, ascolto, assorbo, viaggio in questo letto di morte e papaveri, non mi drogo, solo perché sono troppo snob per fare quel che tutti fanno”. […] “Cosa fu a tenermi alla larga da tutto questo?” Gli effetti visibili dell’eroina sicuramente, ma anche le ‘buone’ compagnie: David Bowie Lou Reed, Iggy Pop. Una personale trinità che fu poi il bagaglio necessario per affrontare la traversata Cagliari-Golfo Aranci-Continente. Ma anche Wahrol, Burroughs e Pasolini. E tutta la scena punk rock dell’esperienza italiana e londinese. E quel senso della meraviglia, capace di tenere Igor lontano dal vortice di autodistruzione e creatività degli anni di piombo. “Poi lei, dottor Moebius, che mi ha dato la fede nel bianco”…

“This is my generation, baby!” direbbero i The Who. My generation questo è: un viaggio intimo, personale, autobiografico attraverso la vita di Igort, al secolo Igor Tuveri, classe 1958. My generation è tante cose, ma è anche un racconto in tre tappe di un'iniziazione alla vita – partita da Cagliari, passata per Londra prima, per Bologna poi –, che giorno dopo giorno, segno dopo segno, ci parla di come l’Igor di ieri sia (anche) l’uomo che è oggi e di come abbiamo imparato a vivere per raccontare. Perché, pur essendo sempre stato il fumettista sardo un grande seguace della disciplina del fumetto, non è per nulla scontato che una volta compreso che l’attenzione – la concentrazione – è tutto, si possa essere capaci di capire e raccontare la bellezza del mondo, né di restituirne il suo mistero. Igort ci riesce. Ma come? Prima, durante gli anni cagliaritani del mondo famigliare – raccontati per lo più nella Side A (del libro), The man who fell to earth –, usando le immagini come esperienza conoscitiva e di viaggio, pur restando a casa. Per poi lasciare al viaggio – nella Side B (del libro), The punk rock experience –, il ruolo di esperienza capace di raccogliere e coltivare il racconto. “Ci si sente abitati, quando si raccontano storie. Una sorta di condominio ambulante dalle cui finestre origliamo le voci dei protagonisti che poi vivranno sulla carta”, ci spiega Igort, fumettista, saggista, musicista, cittadino del mondo che oggi vive tra Parigi e la Sardegna.



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