Non sei mica il mondo

Non sei mica il mondo
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Bené abita con sua madre e ogni mattina, quando si sveglia, fatica a venir fuori dal sonno, popolato da incubi che somigliano a vortici e pasticci di biro. Non riesce a sorridere neppure in una giornata speciale, in cui deve arrivare puntuale alla nuova scuola. La sua quinta scuola. Arriva proprio il giorno della festa di Carnevale con il suo solito muso lungo e le raccomandazioni flebili di sua madre. “Ogni scherzo vale”, si dice, così è più facile indossare la sua solita maschera. Bené ha degli istinti violenti che non riesce a controllare. A dieci anni non sa leggere né scrivere. Tutti sono suoi nemici, perché ogni parola che gli viene rivolta dal prossimo ha il sapore amaro di un attacco. Il primo giorno nella Scuola dei Colori scaglia una sedia addosso a Calvin, il suo compagno di banco. Ha osato dire a maestra Valentine che non sa scrivere; per questo disegna sul foglio che la maestra ha dato a ogni bambino per presentarsi. Un foglio che poi sarebbe dovuto volare in cielo, attaccato a un palloncino. Subito dalla preside, non c’è male come presentazione. Eppure per la giovane Ophelie quel bambino senza regole rappresenta una sfida da vincere. Può imparare a scrivere e a leggere, a giocare con i suoi compagni, a sentirsi meno solo: basta un po’ di pazienza. Anche se la preside continua a ripeterle che “La vita del lupo è la morte dell’agnello”…

Non sei mica il mondo punta il faro sul bullismo e le difficoltà della crescita da un punto di vista inusuale, quello del bambino violento e non della vittima. Questa soluzione narrativa è possibile perché la storia racconta le vicende di bambini molto piccoli, che frequentano la scuola elementare: la violenza è un’arma di difesa, l’attacco una strategia per dimenticare le insicurezze e le quotidiane solitudini. Raphaël Geffray stupisce con le sue tavole ad acquerello nei toni del seppia, inframmezzate da segni neri di biro e vortici. Il primo stile è funzionale per la narrazione oggettiva dell’incontro fra Bené e la sua maestra, fra un solitario bambino violento e una persona che ha deciso di credere in lui. I pasticci rappresentano invece la narrazione in soggettiva, ciò che vede Bené nei suoi scatti d’ira. E questo è il primo tassello originale che sa conquistare il lettore con il suo impatto emozionale, in cui ogni disegno svela piccoli dettagli, fa comprendere le piccole conquiste di Bené. Così, anche per chi legge è un’emozione il momento topico in cui al protagonista si rivela dal finestrino del tram un mondo di tag e insegne, che fino a poco prima erano per lui segni vuoti e incomprensibili. Al centro del libro c’è anche l’istituzione scolastica, il gap fra ciò che dovrebbe curare una buona scuola e ciò che cura realmente, fino ad arrivare a farci riflettere sulla differenza che fa ogni insegnante, nel suo piccolo. Qual è il compito di un buon insegnante, secondo l’autore? Riuscire a far comprendere cosa sono le regole, e perché vanno rispettate. Dietro ogni regola non c’è solo un divieto, ma un significato più ampio, che una volta compreso permette di vivere meglio con gli altri. La morale è chiara e viene espressa in maniera naturale pur nella sua complessità, forse anche per questo Tunué decide di inserire il libro nella sua collana Tipitondi dedicata a bambini e ragazzi anche se lo stile illustrativo è abbastanza cupo, dettagliato e grottesco. Ben differente dagli altri volumi della collana e proprio per questo adatto anche ai lettori adulti, che saranno conquistati dal codice grafico così come dalla storia, ben coesa, ammirevole per la cura dei particolari e l’originalità delle illustrazioni se si pensa che l’autore francese è al suo esordio letterario.



 

 

 

 
 
 
 

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